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Numero 475
del 15/05/2012
Gli antisemiti progressisti PDF Stampa E-mail
! di Francesco Galietti
galietti@ragionpolitica.it
  
sabato 17 luglio 2004

Fiamma Nirenstein da molti anni ormai ci offre interessanti reportages e opinioni da Gerusalemme, che ha eletto a proprio domicilio. Il suo non è certo un lavoro facile, considerato che tratta argomenti su cui la stragrande maggioranza dei mezzi d'informazione è restia a fornire dati obiettivi.

La Nirenstein è una giornalista tutta d'un pezzo, e non si è mai tirata indietro quando si trattava di dire la sua, forte della propria esperienza personale. E' anche della propria vita che ci parla nel suo ultimo libro, "Gli antisemiti progressisti", quando per esempio ammette che lei si sente figlia della "cultura dei diritti umani" ed esprime tutto il proprio rammarico nel vedere cosa sia divenuta questa cultura oggi.

I diritti umani sono divenuti un pretesto con cui le organizzazioni non governative (ONG) giustificano le peggiori dittature e condannano l'operato di Stati Uniti e Israele.

Nessuna ONG ha mai riconosciuto che dopo l'attacco al regime talebano qualcosa nell'asse del terrore ha cominciato a scricchiolare, che gli iraniani si sono fatti più cauti nella loro corsa al nucleare, che i siriani hanno le mani sempre più legate nel loro appoggio ai terroristi. Niente. Solo sempre la stessa litania: gli USA sono una potenza imperialista, Israele e la politica di Sharon sono la causa prima del conflitto arabo-israeliano.

Pochissime voci in Europa osano ricordare che Israele è invece un esempio incoraggiante per tutte le democrazie. Uno Stato su cui incombe l'odio arabo e che ciononostante seguita a confrontarsi con ONU e UE, che continua a ponderare diverse soluzioni di sgombero, il che è poi il rischio di concedere del terreno a chi potrebbe usarlo come base per terroristi. Israele non ha mai abbandonato la propria anima democratica, anche quando ha visto il suo interlocutore rifiutare l'offerta di Barak.

E' per questo che Israele è una speranza per le democrazie occidentali, la speranza di non cessare di essere sé di fronte al terrorismo. Eppure tra noi europei abbondano coloro che, con la scusa che la loro critica riguarda in prima istanza il governo Sharon, hanno rispolverato una forma di antisemitismo quanto mai attuale.

Scrive la Nirenstein che ogni sera sulla sua scrivania si accatastano due mucchi di pagine. Il primo tratta di terrorismo, pizzerie esplose, giovani mutilati, ecc ecc. Il secondo mucchio "tratta di antisemitismo, spesso mischiato con l'antiamericanismo".

L'antisemitismo ancora una volta serpeggia in Europa e nel mondo, e il modo peggiore di affrontarlo sarebbe di lavarsene le mani. Perché così in realtà fa la UE, quando non verifica dove vadano a finire i finanziamenti che elargisce in abbondanza ai bambini palestinesi, quando sostiene sedicenti organizzazioni umanitarie, quando lascia correre su tutto. Così fanno soprattutto i mass media quando continuano a raccontare panzane di crudeli plutocrati israelo-americani che opprimono poveri Stati musulmani, laddove è noto che i Paesi dove il terrorismo attecchisce sono perlopiù ricchi se non ricchissimi.

L'antisemitismo è anche il risultato dell'atteggiamento supino della UE nei confronti delle comunità islamiche al proprio interno. Ma, ammonisce la Nirenstein, «accogliere l'altro è tutto il contrario di temerlo, compiacerlo, diminuire la propria personalità, la propria morale (...). Stiamo assistendo a un fenomeno cui non avremmo mai voluto assistere: l'impallidire, il volontario retrocedere della nostra identità perché la guerra è troppo difficile. Ma per difficile che sia, e lo è, così come Israele, neppure noi europei potremo fare a meno di esserci».




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