Il restauro dell'Hotel Barillet a
Parigi, conclusosi nel 2003, rappresenta un riferimento paradigmatico e
un contributo innovativo nel dibattito internazionale sulla
conservazione del patrimonio architettonico del Movimento moderno.
L'edificio, una sorta di officina-prototipo, viene costruito nel
1931-32 dall'architetto Robert Mallet-Stevens come
residenza-laboratorio per il maestro vetraio Louis Barillet, artista di
punta a quel tempo dell'Art Déco francese. Nato a Parigi da una famiglia belga, Robert Mallet-Stevens si era diplomato nel 1910 a l'Ecole Spéciale d'Architecture. Nel corso degli anni Venti, è l'esponente più rappresentativo di quella corrente cubista-Déco
che si impone in Francia in opposizione al razionalismo "della prima
ora", che annoverava tra suoi i precursori architetti come Perret,
Baudot e lo stesso Le Corbusier. L'atelier square de Vergennes - un
manufatto industriale assolutamente atipico nella produzione coeva
locale - è un manifesto d'avanguardia del modernismo francese, una véritable machine à habiter
nella quale l'architetto parigino ha saputo integrare, ai consueti
virtuosismi estetici, le più avanzate concezioni funzionali e
distrubutive.
L'immobile,
occupato da Louis Barillet fino alla fine degli anni Sessanta, subisce
a partire dagli anni Settanta un progressivo processo di deterioramento.
In quel periodo, il nuovo proprietario apporta profonde modificazioni
che alterano la morfologia e l'articolazione spaziale originarie.
All'esterno, la grande vetrata a tutt'altezza e la maggior parte dei
serramenti metallici originari sono rimossi e sostituiti da anonimi
infissi in alluminio anodizzato e PVC. All'interno, il grande volume duplex
del laboratorio è frazionato in due piani; il vuoto del mezzanino che
si affacciava sul secondo piano viene chiuso con un solaio di cemento,
gli accessi interni ai pianerottoli e il condotto dell'ascensore
completamente murati. Ad eccezione del corpo scala, che ha mantenuto i
pavimenti in graniglia con mosaici policromi e la mirabile vetrata
dipinta del terzo piano, opera dello stesso Barillet, nessun elemento
riportava all'identità originaria del luogo.
La situazione di abbandono si protrae fino al 2001,
allorché Yvon Poullain, un mecenate appassionato cultore di
architettura moderna, acquisisce l'immobile, finanziando gli onerosi
lavori di restauro che prendono avvio in quello stesso anno sotto la
direzione tecnica dell'architetto parigino François Lérault. I
principi-guida dell'intervento si riassumono essenzialmente nella reconstitution à l'identique
dell'integrità architettonica e spaziale del fabbricato e nel recupero
dei materiali originari. Il progetto di riuso prevede nuove
destinazioni funzionali: uffici, spazi espositivi permanenti e locali
per mostre temporanee di giovani artisti; all'ultimo piano,
l'appartamento dell'attuale proprietario. I problemi principali legati
al ripristino dell'immobile sorgono dalla totale assenza di archivi.
L'unico materiale documentario disponibile sull'edificio è quello
iconografico fornito dalle riviste di architettura dell'epoca: tre
illustrazioni con due viste dell'interno (atelier e vano scala) e un'immagine esterna della facciata principale.
L'elemento-cardine
del progetto di restauro è incentrato attorno al recupero e alla
ricomposizione del volume interno del laboratorio originario su due
livelli, mediante la demolizione del solaio tra il secondo e il
terzo piano e la creazione di un seminterrato supplementare con
l'affaccio diretto del primo seminterrato sul pianoterra. Tale
soluzione è concepita come un unico volume aperto; la continuità
funzionale viene così a essere assicurata anche sotto l'aspetto visivo
e spaziale. Il vano dell'ascensore, murato, viene recuperato e
restituito alle sue originarie trasparenze. Unico elemento
d'innovazione, il dispositivo luminoso che, «riportando alle
suggestioni di un faro», retroillumina la vetrata Déco
in facciata segnalando il movimento dell'ascensore attraverso lo
scorrimento del contrappeso. Sulla facciata principale, i serramenti in
alluminio vengono demoliti e sostituiti da una grande vetrata a tutta
altezza, en applique, che riprende il disegno
d'origine. In assenza di riferimenti documentari certi, i prototipi di
ogni elemento metallico sono realizzati sulla base di studi deduttivi
(le ombre sulle foto d'epoca suggeriscono la presenza di riduttori) e
degli altri progetti coevi di Mallet-Stevens.
Benché si tratti di un'opera di ricostituzione radicale, l'intervento mostra una notevole coerenza metodologica
e riporta, sia sul piano compositivo che su quello costruttivo, al
purismo formale dell'architetto parigino, nel pieno rispetto dei
vincoli di tutela prescritti dalla Direction du Patrimoine de l'Île de
France (l'opera è stata iscritta nel giugno del 1993 all'Inventaire supplémentaire des Monuments historiques).
Il recupero "filologico" della modulazione spaziale originaria, conforme alla nuova destinazione d'uso (design housing, centro di formazione e di promozione artistica), pone oggi nuovi interrogativi sull'identità del moderno
e sul suo rapporto con l'evoluzione delle istanze sociali della società
globalizzata. L'atelier di square de Vergennes è oggi un luogo
privilegiato della creazione artistica, polo di avanguardia del design
e dell'arte contemporanea in grado di offrire opzioni culturali
convincenti e di profonda innovazione tecnologica. L'edificio accoglie,
al secondo e terzo piano, una esposizione permanente dedicata
all'universo surreale del designer-scultore
Yonel Lebovici (1937-1998). I locali del piano terreno e del
seminterrato ospitano esposizioni a carattere temporaneo. Il primo
piano è riservato alla sperimentazione progettuale con matériO, una
materioteca dove si condensano le diverse espressioni della creatività (www.materio.com).
Ideata nel 2001 da Quentin Hirsinger e Elodie Ternaux, matériO è il
primo centro europeo indipendente d'informazione multimediale sui
materiali e i prodotti innovativi. Questo showroom del design,
consacrato alla promozione dei talenti creativi emergenti, punto di
contatto e di confronto con i settori professionali della produzione
industriale, è il filo conduttore che lega in un percorso sperimentale
una vicenda artistica e costruttiva che ha preso idealmente avvio oltre
settant'anni fa.
Fonti bibliografiche e iconografiche
- «Immeuble, square Vergennes, Paris (1932). Architecte: Rob Mallet-Stevens», L'Architecte, a. IX, 1932, pp. 55-57.
- «Hôtel particulier du Maître-verrier Barillet à Paris. Architecte: Rob. Mallet-Stevens», L'Architecture d'Aujourd'hui, a. III, n. 8, novembre 1932, pp. 24-26.
- Pierre VAGO, Rob Mallet-Stevens l'architetto cubista, Bari, Dedalo Libri, 1979.
- AA.VV., Rob Mallet-Stevens architetto. Lo stile classico dell'avanguardia, Roma, Officina, 1982.
- «L'Hôtel de Mallet-Stevens s'expose», Le Moniteur, n. 5182, 21 marzo 2003, p. 6.
- info: www.15squaredevergennes.com
Didascalie illustrazioni
- Ritratto dell'architetto Robert Mallet-Stevens in un'immagine degli anni Trenta.
- Parigi, 15 Square de Vergennes: Hotel particulier Barillet,
1931-32, Robert Mallet-Stevens arch. - la facciata allo stato
originario (L'Architecture d'Aujourd'hui, n. 8, novembre 1932).
- L'edificio al termine dei lavori di restauro (gennaio 2003 - © Studio di architettura François Lérault).
- L'interno dell'ex-atelier su due livelli dopo i lavori di ristrutturazione (© Studio di architettura François Lérault).
- Louis Barillet, la grande vetrata dipinta del 3° piano a seguito
dell'intervento di restauro (© Studio di architettura François Lérault).
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