Figura poliedrica nel panorama della cultura architettonica contemporanea, enfant prodige dell'avanguardia artistica francese
fin dagli anni '60, quando elabora la sua teoria dell'«obliquità»,
Claude Parent sfugge a ogni categorizzazione convenzionale: questo
talento proteiforme e visionario, nato nel 1923 a Neuilly-sur-Seine da
una famiglia dell'alta borghesia, è ad un tempo irriducibile
contestatore, filosofo rivoluzionario, anticonformista,
contraddittorio, avverso a ogni scuola istituzionale, amante del gusto
della provocazione e dello scandalo. A causa dei suoi atteggiamenti
viene respinto per lungo tempo dall'establishment.
Si proclama architetto ma disprezza con accanimento il professionismo
in architettura, ne disconosce i diplomi e rifiuta quello dell'Ecole Supérieure des Beaux-Arts che ha frequentato per quasi un ventennio. Tuttavia, nel 1973 è insignito del Gran Prix National d'Architecture
e, tre anni più tardi, della Légion d'Honneur su proposta del Ministero
della Cultura, non disdegnando di coltivare amicizie e frequentazioni
importanti con alti esponenti della finanza e della politica.
Nel 1951 l'incontro con André Bloc, il fondatore della rivista L'Architecture d'aujourd'hui
(piattaforma di divulgazione critica delle avanguardie internazionali)
risulta essere decisivo per la sua formazione, preludio a una
collaborazione feconda sul piano professionale. Nel 1953 svolge un
periodo di apprendistato presso l'atelier di Le Corbusier, collaborando per circa un anno alla stesura del progetto per l'Unité d'habitation di Nantes. A questo stesso periodo (1953-54) risalgono i suoi primi lavori, consacrati a un'utenza alto borghese: la Maison Herzelle a Meudon, la Maison Gosselin a Ville d'Avry, la villa Jeannic a Issy-les-Moulineaux e la Maison Morpain a La Celle-sur-Seine, opere contrassegnate da un linguaggio di matrice neoplasticista. Nella villa Soultrait a Domont (1957) e nella Villa Bloc
a Cap d'Antibes (1959), Parent sperimenta i fondamenti compositivi
della «funzione obliqua», in una sapiente compenetrazione di volumi,
sviluppando un'attitudine tettonica che sarà magistralmente
sintetizzata nella boîte métallique della Maison de l'Iran alla Cité Universitaire di Parigi (1962-68).
Nell'universo onirico di Parent, fissato nei disegni visionari de Les villes cônes éclatées, Les turbines, Les ondes,
sembra racchiudersi «la visione poetica di una rivoluzione totale che,
tramite l'architettura, vuole sconvolgere la concezione del territorio
e delle città. Un mondo dominato da uragani, onde, vortici, dalla
destabilizzazione di ogni ostacolo preconcetto [e] delle dimensioni
abitudinarie pigramente appoggiate sulle geometrie statiche della
storia». L'architettura è per Parent una composizione de-costruita «di
fluidità edilizie, [di] stratificazioni geologiche convulsamente
ondulate da cataclismi tellurici, di città che si aprono a cratere come
mälstrom pietrificati» (M. Nicoletti).
L'itinerario intellettuale e professionale di Parent segue percorsi eterodossi ,
che si snodano all'interno del fermento intellettuale che animava
l'utopismo dei primi anni '60. E' il periodo in cui la rivista Le Carré Bleu - fucina del dibattito concettuale dell'avanguardia europea - teorizza la creazione della Ville mobile,
un agglomerato urbano che, lungi da configurarsi come la versione
moderna della città ideale, definisce un modello di architettura fluida
e in continua evoluzione, costantemente aperto alle realtà mutevoli
della società contemporanea. Nel 1965 il GIAP (Groupe International d'Architecture Perspective)
elabora, attraverso l'opera di divulgazione critica del suo
demiurgo-animatore Michel Ragon, le teorie, le pulsioni utopistiche e
le riflessioni sui temi della società, della tecnologia e del sistema
internazionale degli scambi, all'interno di un mondo in vorticoso
cambiamento che sembra preconizzare, con trent'anni di anticipo, le
grandi sfide della globalizzazione.
In questo contesto culturale, Parent elabora la sua idea di città,
composta di cellule configurabili liberamente; il tessuto urbano
immaginato è formato da concrezioni ondulate che si susseguono senza
soluzione di continuità nel paesaggio naturale, concepite come un
immenso «reticolo aperto ad accogliere le realtà individuali». Il suo
manifesto teorico rifugge tuttavia da ogni deriva utopistica;
l'esperienza costruttiva è il passaggio decisivo e il termine di
confronto con la realtà quotidiana, nella piena rispondenza alle sue
intuizioni progettuali e compositive. Nel 1963 Parent aveva fondato con
Paul Virilio il Groupe Architecture Principe,
di cui l'omonima rivista diventa il manifesto programmatico e il
veicolo di diffusione privilegiato di una nuova dottrina della
metamorfosi, modellata sul principio della funzione obliqua, concepita
come «incontenibile pulsione dello spirito». Les vagues, La lame, Les collines, L'escalade, Les enroulés, Les spirales, Les cratères et Le seuil de rétablissement sono
le moderne monadi che compongono l'universo del suo immaginario. Come
ha acutamente osservato Manfredi Nicoletti, «i disegni di Parent
sembrano dilatare l'obliquità alla scala planetaria e istituire un
paesaggio costruito non poggiato sul vuoto, ma sostenuto da una logica
autoreferenziale, "eretica" in relazione all'abitudine passiva al
binomio orizzontale-verticale». «Vivre à l'oblique», sostiene Parent,
significa esplorare e reinventare la propria condizione umana,
superando i limiti fisici tradizionali e i consueti parametri di
riferimento spazio-temporali in un vortice cinetico di orizzonti
destabilizzanti creati dalla permanente condizione di disequilibrio.
La filosofia dell'obliquo, teorizzata nel 1964 con Paul Virilio, è «il cuneo del dubbio» che sovverte le certezze consolidate. La fonction oblique,
che si richiama manifestamente ai principi ispiratori del primo
Futurismo, è il primato della creatività e della libertà umana sulla
banalità dell'ortogonalità cartesiana e degli schemi precostituiti
della realtà quotidiana. È l'affermazione di un modus operandi
su piani inclinati che si invera in una produzione architettonica ampia
e variegata, protrattasi per oltre un quarantennio in una sofferta
alternanza di identità conflittuali e di intuizioni di straordinaria
originalità.
L'architettura di Claude Parent è detentrice di un messaggio rivoluzionario: dai telai ribaltati della prodigiosa villa Drusch
a Versailles (1963) e dalle linee tese e decostruite della casa
Mariotti a Crepière, progettata nel 1966 in collaborazione con Paul
Virilio, fino all'appartamento «obliquo» per André Bellaguet del 1970,
e allo strabiliante padiglione francese alla Biennale di Venezia di
quello stesso anno, hanno origine i prodromi di un linguaggio
compositivo che troverà, trent'anni più tardi, nelle eversioni
decostruttiviste di Zaha Hadid e di Daniel Libeskind, i suoi referenti
principali. La ricerca inesausta di una pluridirezionalità liberata dal
«giogo cartesiano» porta a indagare le dimensioni dell'inconscio e a
sperimentare le potenzialità espressive della forma. Nella chiesa di Sainte Bernadette du Banly
a Nevers (1964-66), il brutalismo architettonico del cemento armato a
vista rimanda metaforicamente ai bunker tedeschi del Vallo Atlantico,
in una contrapposizione sacré-profane densa di suggestioni spirituali.
In aperta contrapposizione alla
tendenza, allora imperante, di un ritorno «bucolico» ai valori
primordiali della natura e alla fuga di massa dalle città,
Parent si fa latore di un messaggio culturale impopolare e scandaloso,
occupandosi per un decennio (1974-1984) dell'immagine architettonica
delle centrali nucleari francesi su incarico della Direction de
l'Equipement d'Electricité de France (EDF). La nuove «cattedrali
dell'energia», che sembrano prorompere da forze titaniche ignote e
ancestrali, trovano la propria trasfigurazione nel landmark
delle grandi torri a evaporazione e nelle calotte sferiche dei reattori
nucleari, che paiono sostenersi su quelle che lo stesso Parent
definisce le poderose «zampe di tigre», i monumentali contrafforti
obliqui che rimandano all'avvenirismo visionario delle centrali
elettriche futuriste vagheggiate da Sant'Elia.
Meno convincenti e improntate a una visione monumentalista appaiono i progetti e le realizzazioni degli anni '80:
la sede della Regione Provence-Marseille (1987-89), il progetto
presentato al concorso per un centro polivalente e un parco a Passy
(1988), il complesso di uffici SEPTEN (Services Etudes Projets
Thermiques Nucléairs) a Lyon-Villeurbanne (1987-1990) e il Centro
polifunzionale della Cassa depositi francese costruito a Praga
(1989-91). Ma è nell'opera tarda del Centro di animazione Rossypole
presso l'aeroporto Charles de Gaulle a Roissy (1993-95), che si
definisce compiutamente la démarche compositive
di Parent: l'edificio, che sembra scaturire dalla decostruzione di un
aeroplano, è «un inno al disequilibrio», ove la pulsione autentica
dell'obliquità erompe in un'esplosione di forza futuristica.
Parent è un genio incompreso del nostro tempo, visionario precursore della modernità;
già a partire dagli anni '60 - come ricorda ancora Nicoletti - egli
sovverte «le consolidate certezze della semantica architettonica
ancorata alla misura fisica dell'umano, per scoprire una scala umana
più complessa, fisico-dinamica, comportamentale e psicologica,
[abbandonando] l'idea di architettura come oggetto, per cercare una
spazialità che sia interprete, dominio e incentivo di comportamenti
innovativi, liberati, dinamici (...). Si oppone a ogni neodecorativismo
per cercare uno spazio concettualizzato, destabilizzante, trascendente
la materia stessa, [capace di indagare] l'enigma della dimensione
intellettuale e lo scandalo della libertà», senza mai tradire la
propria vocazione eretica. L'eredità spirituale di Claude Parent si
riassume oggi ne «l'invito a pensieri obliqui, destabilizzanti, a un
vedere non facile, il labirintico e non evidente manifestarsi delle
cose». «Gli altri», conclude Parent rivolgendosi ai giovani architetti,
«hanno il potere, il denaro, la gloria, il benessere. Voi non avete
nulla, ma siete la sorgente della liberazione del modo di vivere e di
pensare».
In un'epoca avvelenata da un conformismo dilagante, dominato dalle convenzioni del politically correct e dal potere pervasivo dello star system internazionale,
il messaggio «eversivo» di Claude Parent trasmette uno straordinario
vigore intellettuale e un afflato travolgente di libertà, fornendoci
una visione della modernità flagrante e perennemente attuale.
Parafrasando Filippo Tommaso Marinetti, l'atto creativo in architettura
(e nell'esistenza umana) non può generarsi che da una rivoluzione
totalizzante del pensiero.
Bibliografia
Claude Parent, Vivre à l'oblique, Paris, Jean Michel Place éditions, 2004.
Michel RAGON, Claude Parent, Monographie critique d'un architecte, Paris, Dunod, 1982.
The Function of the Oblique, The Architecture of Claude Parent and Paul Virilio, London, Architectural Association, 1993.
Manfredi NICOLETTI, Claude Parent, La funzione obliqua, Torino, Testo e immagine, 2003.
Didascalie illustrazioni
2 - Casa Drusch a Versailles, 1963 - arch. Claude Parent (© archi-guide.com).
3 - Parigi, Cité Universitaire: Maison de l'Iran (oggi Fondation Avicenne), 1962-68 - arch. Claude Parent (foto 2005).
4 - Nevers (Bourgogne), Chiesa di Sainte
Bernadette du Banlay, 1964-66 - arch. Claude Parent, in collaborazione
con Paul Virilio (© archi-guide.com).
5 - Parigi, Centro di animazione dell'Aeroporto Charles De Gaulle a Roissy, 1993-95 - arch. Claude Parent (© archi-guide.com).
Condividi questo articolo      
|