Leggere questo libro della
Nirestein oggi, con Israele mutilato da una pioggia di missili di
fabbricazione siriana ed iraniana e coi Caschi Blu che non si sa cosa
debbano o possano fare, induce a riflettere. Israele è un paese
forte, di gente coraggiosa, che crede nel futuro e vuole vivere,
conscio di essere pressochè solo, demonizzato dalla propaganda islamica
che così facilmente attechisce in Europa. «La sabbia di Gaza» è il
diario, la cronaca sofferta del ritiro unilaterale da Gaza, deciso, a
costo dell'impopolarità, dal premier Ariel Sharon nel 2005. 15 agosto
2005: l'ultima notte di Gaza, l'ultima notte prima che i bulldozer
entrino in azione e i coloni, i settlers, siano costretti, da soldati
che, come loro, hanno la morte nel cuore, a lasciare le loro case, la
loro vita. «Non riesco ancora a trovare la mia pace dopo lo sgombero di
Gaza. Penso alle sue dune, al suo paesaggio oggi così mutilato, ed è
così strano che intere città, che schiere di tetti rossi, piazze,
strade, fabbriche, coltivazioni, serre, sinagoghe, come dopo un
bombardamento adesso non esistano più, e, soprattutto, che l'erba sia
sparita, forse per sempre, mangiata dalla sabbia»: questo l'incipit del
flusso di memoria e di sofferenza della Nirestein.
La sabbia al posto dell'erba: è questa la cifra, l'immagine, il simbolo di quanto accadde. Cifra
incomprensibile e dolorosa:«i palestinesi hanno distrutto e
saccheggiato le serre che erano state comprate per loro dalla Banca
Mondiale, prima pietra di un futuro migliore» e «Hamas entrava
proclamando la gloria di aver cacciato via gli ebrei con i propri
attentati, e promettendo che così li avrebbe cacciati via anche da
tutto Israele». Andò in scena la saga della violenza, la pioggia di
Kassam arrivò fino alla casa di Sharon, agli abitanti della pacifica
Sderot. Di fronte a ciò le perplessità sul futuro sono spontanee, come
la stretta al cuore di chi vede distrutto in un attimo il lavoro di una
vita, distrutto volontariamente per decisione israeliana, profanato
altrettanto volontariamente per puro ed ostinato odio palestinese. In
questo sofferto sgombero emerge la figura di Ariel Sharon: chi è Sharon
e perchè ha deciso di intraprendere una via così impopolare tra i suoi?
Qualcuno da parte israeliana l'ha chiamato traditore, corrotto, ma,
secondo la Nirestein, e non solo lei, Sharon è altro: «è un leader deciso a tutto pur di non lasciar uccidere Israele».
Sharon non è cambiato nel corso degli anni, non ha fatto retromarcia,
non si è venduto: ha difeso al meglio delle proprie capacità il proprio
paese, quello che egli ama. Non aver compreso Sharon è un problema di
chi non lo ha voluto comprendere, non di Sharon: il bisogno di avere un
«colpevole» può essere più forte della ragione e distruggere a tratti
l'eleganza di molti personaggi incontrati a Gaza.
E' questa una delle sorprese più
gradite di questo libro della Nirestein: aver scoperto davanti a noi,
lettori talora disattenti, il velo che copre i coloni. Non sono
esaltati, non sono l'equivalente israeliano dei palestinesi che sfilano
in armi e grondano odio (e indottrinamento): ci sono, tra i settlers,
una quantità di persone eleganti per il senso della modestia,
dell'estetica della vita e dell'eccellenza della mente. E tra loro la
religione non è stata il veicolo della violenza e la culla
dell'intolleranza, ma, dice la Nirestein, ha giocato, a Gaza, il ruolo
di un motore democratico non antagonista alla democrazia. Davvero un
mondo variegato, articolato e ricco di valori, che talora non
immaginiamo neppure. E'toccante e razionale insieme il testo della
Nirestein: lo sgombero, che doveva concludersi in otto settimane, è
durato otto giorni e si è concluso senza spargimento di sangue, ma
l'emorragia è stata interna e straziante.
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