Non potendosi dire sconfitto il
terrorismo islamico è comunque da rilevare come negli ultimi tempi
l'attenzione sia scemata in quella che, ai giorni nostri, è divenuta
una realtà quotidiana. La regola della modernità è che una
notizia tiene le prime pagine per pochi giorni, solo quando la sua
spettacolarità e capacità di colpire le emozioni dei lettori è tale da
renderla resistente all'incessante susseguirsi di nuove tragedie, nuovi
scoop, nuovi dibattiti. A spiccare nel settore
delle aree tematiche cadute dal podio della gloria mediatica
nell'indifferenza generalizzata è proprio quella del terrorismo. Nel
2001 tutto il mondo si sentì istantaneamente vittima per lo stesso
attentato. Col tempo, alla reazione statunitense cominciarono ad
affiancarsi sospetti, teorie, dietrologie. Alla fine le Torri Gemelle,
per alcuni, non caddero neppure per un attentato e, quello che fu un
enorme errore di intelligence americana,
divenne invece una macchinazione interna. Allo stesso modo attentati
nel mondo occidentale (Madrid per esempio, col suo risvolto elettorale
immediato) riscossero lo stesso successo mediatico, che da un lato
sarebbe da leggere come vittoria del terrorismo (la cui finalità è
pubblicizzarsi e vivere del terrore quotidiano dei «nemici dell'unica
fede»), ma dall'altro come una coscienza comune che è auspicabile
essere presente in una cultura, in ogni società. Poi venne la stagione
dei successi investigativi inglesi e statunitensi, che sventarono
diversi attentati: la notizia non era abbastanza ghiotta e ci fu
occasione di sentire, da parte soprattutto dell'estrema sinistra,
opinabili considerazioni sulle operazioni svolte: bluff,
invenzioni, razzismo, mai comunque stragi evitate. Comunque fosse, il
terrorismo in quanto tale era ormai qualcosa a cui ci si era abituati,
e così come gli attentati continui in Israele, nel Medio Oriente e
nella zona Afghanistan-Iraq non interessavano più, così anche il tema
terroristico in generale passò prima alla terza pagina e poi ad essere
ricordato solo nelle occasioni più sanguinose.
Eppure il terrorismo, sebbene
fortemente fiaccato dall'attacco diretto al suo stesso cuore
geografico, è tutt'altro che un dato storico da ricordare. Non
per niente venti ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite su
richiesta dei Pubblici Ministeri di Milano Armando Spataro e Nicola
Piacente, ad altrettanti probabili esponenti della rete internazionale
del terrore. I carabinieri del Reparto Operativo Speciale hanno
effettuato nei giorni scorsi una serie di undici arresti (tra Milano,
Bergamo, Imperia, Reggio Emilia e Calabria), in una brillante
operazione, a seguito dell'indagine partita nel 2003 dalla Liguria e
ricollegata all'operazione «Bazar» (che aveva portato a diversi arresti
da parte del Ros tra il 2002 e il 2003), cui hanno fatto eco altri
cinque arresti in altri Paesi europei (Gran Bretagna, Francia e
Portogallo). Attualmente i latitanti individuati ma non ancora
arrestati della presunta rete di cellule jihadiste del nostro
continente rimangono quattro.
Gli arrestati sono accusati a vario
titolo di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo
internazionale e falsificazione di documenti, e sono tutti
esponenti del mondo islamico insospettabili, neppure assidui
frequentatori di moschee. Secondo i carabinieri non c'erano progetti di
azioni in Europa o in Italia, ma una sorta di «ufficio di reclutamento»
volto ad indottrinare giovani perché si immolassero in paesi come Iraq
ed Afghanistan, o anche altri Paesi arabi filo statunitensi o moderati,
così come risulta dalle intercettazioni telefoniche del 2005 che
rivelano una missione di «17 fratelli» inviati in Siria. Particolare di
tale proselitismo era l'attenzione rivolta da alcuni degli arrestati
anche al mondo delle carceri, dal quale non erano nuovi (visto il
coinvolgimento in contrabbando di sigarette e varie ricerche di denaro
per finanziare la missione e l'invio di persone all'estero), tanto che
addirittura uno degli accusati si trovava al momento dell'arresto
all'inizio del processo d'appello, dopo l'assoluzione in primo grado
proprio dall'accusa di terrorismo islamico e la condanna di tre anni
per l'accusa per documenti falsi e favoreggiamento dell'immigrazione
clandestina: si tratta di Imed Zarqawi, sotto processo sempre a Milano.
Nelle perquisizioni eseguite pare non siano state trovate armi né
esplosivi, ma un buon numero di manuali sulla guerriglia, «materiale di
ispirazione jihadista» (materiale audiovisivo di propaganda
terrorista), e manuali per la costruzione di esplosivi.
Alla vicenda hanno fatto seguito le dichiarazioni del ministro dell'Interno Giuliano Amato,
che ha commentato rilevando che «siamo in presenza di una rete
terroristica a maglie strette, che non conosce confine, che organizza
le sue azioni mimetizzandosi... Abbiamo bisogno di essere
sopranazionali come lo sono loro». Affermazioni senz'altro giuste, che
però ad un pubblico italiano più attento fanno sorgere un amaro e
sacrosanto dubbio: ad operazioni di polizia così ben strutturate ed
organizzate, è mai possibile seguano così spesso assoluzioni? Lungi da
allarmismi o giustizialismi, non è possibile dimenticare il precedente
per cui il giudice alle udienze preliminari Clementina Forleo assolse
cinque tunisini accusati di appartenere alla cellula «Al Islam» (legata
ad Al Qaeda), con la con la motivazione: «La guerriglia non rientra nel
reato di associazione a delinquere finalizzato a terrorismo
internazionale» (e anche in questo caso di reclutamento, non ci sono
stati attentati diretti in Europa). Certo forse in due anni alcune cose
sono cambiate, anche grazie alla giurisprudenza internazionale, ma
resta il fatto che ormai l'opinione pubblica non fa più tanta pressione
su certi temi, ed alcuni giudici si sentono liberi di simpatizzare
anche con chi ama farsi esplodere contro i nostri stessi soldati. Ora
non resterà che aspettare aggiornamenti, sperando che i giornalisti
continuino a ritenere la notizia interessante e che i lettori non
dimentichino che l'Occidente è ancora, sebbene sia meno di moda
notarlo, sotto attacco.
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