E' ormai (falsa) opinione comune che il Medioevo sia stato l'epoca buia per antonomasia: oscurantista e conservatore, esso avrebbe impedito per quasi mille anni il cammino dell'uomo verso il progresso e il benessere. Eppure è proprio nell'«epoca di mezzo» che assistiamo allo sviluppo delle città, alla nascita delle università e degli ospedali, al fiorire dei centri di cultura un po' in tutta Europa, alla prima, grande sistematizzazione del diritto. Questi esempi bastano per far comprendere - e qui veniamo all'attualità - non solo quanto infondate e pretestuose siano le accuse di oscurantismo che in questi giorni sono state rivolte alla Chiesa (che del Medioevo fu indiscussa protagonista) e a Papa Benedetto XVI ed hanno portato all'annullamento del suo intervento alla Sapienza di Roma, ma anche a che punto di desolante e disarmante povertà e aridità sia giunta la cosiddetta «cultura laica» del nostro Paese.
Come è noto, 63 professori della univeristà romana avevano rivolto al Rettore della medesima un accorato appello affinché egli chiudesse le porte in faccia al pontefice e, nel caso ciò non fosse stato possibile, almeno gli impedisse di tenere una pubblica lectio magistralis durante l'inaugurazione dell'anno accademico. Il «guru» dei 63 è il professor Marcello Cini, che già nel novembre dello scorso anno inviò una missiva al Rettore nella quale definì una «violazione della tradizionale autonomia dell'università» la possibile visita papale. Secondo Cini, alla Sapienza Benedetto XVI non avrebbe potuto fare altro che replicare la lectio magistralis di Ratisbona, in cui «viene spiegato chiaramente - secondo il professore - che la linea politica del papato di Ratzinger si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più». Per Cini, al nesso tra fede e ragione indicato dal Papa in quella occasione seguirebbe «una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate». Conclusione: «Non potendo più usare roghi e pene corporali, Benedetto XVI ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga».
Qui sta il punto: quello che Cini e tanti suoi colleghi non riescono a digerire è proprio il fatto che un Papa parli della ragione e cerchi un confronto con il mondo della cultura proprio su questo terreno, come ha fatto proprio a Ratisbona quando ha invitato ad «aprirsi all'ampiezza della ragione, a non rifiutarne la grandezza». Per Benedetto XVI lo spazio della razionalità non si esaurisce, come più volte egli ha sottolineato, nel mero accertamento del dato, ma si allarga, seguendo la traiettoria del desiderio umano di pienezza e totalità, alle cause ultime dei fenomeni, alla loro origine e al loro destino. Solo se le cose sono ordinate da un logos, da un significato comune, è possibile una scienza nel senso pieno del termine - come già avevano compreso i filosofi greci, che indicavano con il medesimo termine la «scienza» e la «conoscenza». E' da questa convinzione che è nata, nel Medioevo, l'università come uni-versitas, ossia come approfondimento e declinazione, nelle varie discipline, dell'unico logos che rende possibile ogni tipo di conoscenza e fa sì che le scoperte scientifiche siano sempre ordinate al bene ultimo dell'uomo, che di tale logos è depositario.
Purtroppo, col tempo, questa concezione è caduta sotto il peso del razionalismo ideologico, che ha sciolto la ragione dal suo legame originario con il significato ultimo della realtà e, a partire da Bacone, come ha affermato il Papa nella sua enciclica Spe Salvi, ha finito per definire vera scienza soltanto quella sperimentale e vera ragione soltanto quella al servizio della prassi. Quando l'uomo ha posto questa ragione sperimentale come divinità, convinto con ciò di potersi alleggerire dal fardello del vincolo con Dio e con la creazione, si è ritrovato di colpo nell'impossibilità di ordinare le conoscenze in un unico disegno e nelle sue mani restano, oggi, solo i frammenti di un quadro all'apparenza impossibile a ricostruirsi. L'università come uni-versitas è già finita con l'avvento del moderno come ideologia e dello sperimentalismo come unica scienza.
Appare chiaro, allora, che quello che è in corso in questo tempo, e di cui i fatti di questi giorni alla Sapienza sono segno, non è una battaglia tra fede e scienza, ma tra una concezione di ragione aperta a un significato totale e uno scientismo che ha ridotto la conoscenza alla mera utilità soggettiva, recidendola da ogni dimensione che trascende la fattualità sperimentale. Oggi lo scientismo - e non la scienza - dà nuovo volto all'antica utopia dell'Atlantide baconiana e riempie il vuoto lasciato dalla fine del razionalismo nel pensiero debole, nel relativismo e nel nichilismo. E se il vecchio razionalismo è stato alla base delle ideologie totalitarie che hanno risolto l'uomo nella razza o nella classe, il nuovo scientismo sembra destinato a riprodurre non più nei termini di masse, ma di individui, analoga violenza.
Non è casuale, così, che proprio nei giorni della grande polemica sulla visita del Papa alla Sapienza avvenga un fatto che deve far riflettere: alla università Bicocca di Milano «ignoti» hanno preso d'assalto il laboratorio del professor Angelo Vescovi - uno dei maggiori studiosi di cellule staminali adulte, già protagonista del fronte astensionista al referendum sulla fecondazione assistita - e hanno mandato in fumo quattro anni di lavoro volti a dimostrare che si può fare vera scienza anche rispettando le indicazioni che provengono dalla stessa realtà che gli scientisti vorrebbero utilizzare senza alcun criterio e senza alcun vincolo oltre a quello della loro ideologia.
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