Pur non essendo una pellicola imperdibile, la trasposizione cinematografica del feuilleton di Gabriel Garcia Marquez risulta tutt'altro che invedibile, complici una discreta prova da parte degli attori e una fotografia davvero suggestiva ed evocativa. La fabula
è presto detta: nella Colombia della fine del XIX secolo un giovane
telegrafista si innamora, angelicandola, della figlia di un ricco e
rude mercante di muli, il quale osteggia vigorosamente l'unione tra i
due poiché vede nell'eventuale matrimonio combinato della bella figlia
un passaporto per espandere i propri interessi commerciali e promuovere
la propria condizione sociale. Fermina - questo il nome della avvenente
giovane - in un primo tempo sembra votarsi con tutta l'anima all'amore
platonico e sconfinato offertole da Florentino Ariza, il telegrafista,
ma, vuoi per la lontananza forzosa impostale dal padre, vuoi per la
frequentazione di una sua cugina disillusa e smaliziata, in lei intento
e sentimento mutano improvvisamente, tant'è che, tornata a Cartagena,
liquida Florentino, che durante l'esilio le ha scritto centinaia di
sofferte e accalorate lettere, e sposa il bel dottore, benefattore e
uomo del momento nella città devastata dal colera. Florentino ne esce
distrutto. Per dimenticare Fermina si concede ad ogni donna che
incontra, senza riuscire nell'intento, fino all'inevitabile, anche se
amaro, lieto fine.
Come dicevano poc'anzi, la prima cosa che colpisce del film è sicuramente la fotografia:
scenari e atmosfere della borghese Colombia ottocentesca sono ricreati
in maniera abbastanza convincente, così come le ambientazioni rurali
dei villaggi lungo il fiume. La recitazione è mediamente buona, in
particolare Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Fermina, davvero
bellissima e bravissima, e, di sicuro, una delle migliori attrici
italiane sulla piazza. Anche Javier Bardem, che interpreta Florentino,
dà buona prova di sé, forse esasperando un tantino l'aspetto da
sognatore un po' tonto del suo personaggio.
Per il resto, che cosa caratterizza
e rende interessante questa storia, che, ridotta all'osso, non si
presenta certo come particolarmente toccante o originale? Beh,
che piaccia o meno (a me personalmente non piace) Marquez è sicuramente
uno scrittore di talento e riesce, cosa colta molto bene dal regista
Mike Newell, a mescolare lacrime e sorriso, contribuendo così a
dinamizzare una vicenda altrimenti piatta e inespressiva. I personaggi,
compresi i comprimari, sono tutti abbastanza ben caratterizzati e
credibilmente integrati nel contesto narrativo, in particolare la zia
tutrice di Fermina così come la madre di Florentino. Inoltre il film ha
un ritmo che, seppur non velocissimo, non fa neanche assopire lo
spettatore nelle due ore e mezza di proiezione. Certo, chi si aspetta
un Die Hard al fulmicotone stia lontano da questo film...
Unico elemento all'apparenza fuori luogo forse è proprio il titolo:
di quel «colera» che caratterizzerebbe cronologicamente la vicenda,
poco o punto si parla, almeno in apparenza. In realtà, «colera» è qui
sinonimico di «amore». Nella poetica e nell'economia narrativa
dell'opera letteraria e, quindi del film, l'amore è la vera epidemia
che demolisce le difese dell'individuo e, spogliatolo di tutto, lo
lascia, in un primo momento almeno, nudo e sofferente in balìa di se
stesso e degli eventi, spingendolo ad azioni grottesche da un lato (è
il caso delle innumerevoli amanti di Florentino), o completamente
irrazionali dall'altro (come per Fermina, che, senza apparente ragione
annienta Florentino e sposa, per l'uzzo del momento, il dottore).
Si tratta, tutto sommato, di una
reinterpretazione in chiave latino-americana di uno degli archetipi
eterni che caratterizzano la vita dell'uomo: la quest,
la ricerca, della felicità nel rapporto amoroso, ove passione e
desiderio carnale non sempre riescono a conciliarsi con l'idealismo
tipico dell'amore platonico. Ma, questa almeno sembra essere la tesi di
Marquez, proprio da questa apparente incoerenza di fondo, che genera
una dinamica differenza di potenziale, può scaturire, sebbene in tempi
e modi imprevedibili, la felicità o, perlomeno, una credibile illusione
di essa.
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