Benedetto XVI si propone al nostro tempo come il vero illuminista e mette a nudo lo stato comatoso in cui versa la sedicente «cultura laica», specialmente nel nostro Paese. Il discorso che egli avrebbe dovuto tenere alla Sapienza è una grande difesa della ragione e delle sue possibilità. Ed è un grande invito a riscoprire l'università come luogo della ricerca del vero. Se da un lato il Papa cita il laicissimo John Rawls per affermare il nesso tra la ragione e la religione, dall'altro si rifà a Socrate per dire che il cristianesimo non può fare a meno dell'«interrogarsi radicale» tipico della filosofia fin dalle sue origini. A Ratisbona Benedetto XVI aveva difeso l'incontro tra pensiero greco e cristianesimo; ora si spinge a sostenere che il primo è servito al secondo per «dissolvere la nebbia della religione mitologica» e per «far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore». Tale è l'importanza che il cristianesimo assegna alla ricerca razionale che è proprio in ambito cristiano che si sviluppa, nel Medioevo, l'università, la quale «deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità». In particolare, è proprio nelle università che il sapere filosofico, grazie a Tommaso d'Aquino, diviene un sapere autonomo ed il suo rapporto con la teologia può essere definito con la formula «senza confusione e senza separazione».
Queste citazioni danno la misura del tenore laico dell'intervento che il Papa avrebbe dovuto svolgere alla Sapienza, ribadendo che «nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere». E ne ha bisogno perché non si dà vero sapere, non si dà vera filosofia, non dà vera scienza se viene accantonata, come oggi spesso accade, la questione della verità, che è il punto sorgivo di ogni autentica ricerca degna di tal nome: il rischio è che «la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, degradi in positivismo» e che «la teologia, col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande».
L'imponenza della sfida lanciata da Benedetto XVI al mondo dell'accademia e della cultura sul terreno della ragione è confermata, per contrasto, dalle reazioni scomposte di alcuni esponenti di punta della cosiddetta «intellighenzia laica» italiana. Uno su tutti, il solito Eugenio Scalfari. Il quale, intervenendo giovedì su Repubblica Tv, ha ribadito il suo giudizio su Papa Ratzinger già espresso domenica nel suo consueto articolo sul giornale da lui fondato: se allora aveva accusato il Pontefice di «palese inconsistenza politica e culturale», oggi arriva a sostenerne l'inconsistenza anche come teologo, giacché, a suo dire, prima che diventasse Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nessuno ne conosceva il valore intellettuale.
Questa, in sintesi, la tesi di Scalfari: al Concilio Vaticano II il «vescovo» Ratzinger «si era allineato» alle tesi conciliari sulla modernità. «Dopo di che», assume la carica di custode della Dottrina della Fede e inizia a sostenere le tesi «restauratrici» che sostiene anche oggi, mutuate, «senza innovazione teologica» alcuna, dall'Aquinate. A parte il fatto che al Vaticano II Ratzinger non era vescovo, ma teologo al seguito del cardinal Frings; a parte il fatto che egli non si era semplicemente «allineato», ma era stato tra i protagonisti della stesura di alcuni tra i più importanti documenti conciliari; a parte il fatto che tra la fine del Concilio e la sua nomina a Prefetto per la Dottrina della Fede intercorrono 18 anni; a parte il fatto che non esiste un Ratzinger «moderno» contrapposto a un Ratzinger «restauratore», ma un unico Ratzinger con un complesso percorso che sviluppa però le intuizioni teologiche iniziali (al fondatore di Repubblica basterebbe aver letto i primi testi dell'attuale Papa e confrontarli con quelli attuali); a parte il fatto che l'impronta teologica che maggiormente ha segnato il percorso di studi del Pontefice non è stata quella tomistica, ma quella tedesca dei primi decenni del secolo passato...
A parte tutto ciò, perché Scalfari non si degna di rispondere nel merito alle tesi proposte da Benedetto XVI? Perché non oppone alla prospettiva indicata dal Papa sul rapporto tra ragione e fede un'altra, argomentata, prospettiva? Perché si trincera dietro una serie di luoghi comuni e marchiani errori storici e teologici, correndo il rischio di essere accusato lui di «inconsistenza culturale»? Se è questo il livello della èlite intellettuale del nostro Paese, c'è veramente da rimanere allibiti. Del resto, bisogna capirli, questi sedicenti illuministi che vedono un Papa che, invece che limitarsi alle buone parole e alla pastorale ordinaria, entra da protagonista nel cuore del dibattito culturale contemporaneo e si fa portatore di un vero illuminismo, che esalta la ragione e invita ad accoglierne i richiami e le esigenze più profonde, in primis l'esigenza della verità. In un tempo nel quale l'unica direzione di marcia della ragione - fatta propria anche da La Repubblica - sembra essere lo sbocco nel pensiero debole, un Papa che innalza la ragione per innalzare l'uomo oltre le tecniche e una fragile spiritualità privata lasciata a se stessa appare, a Scalfari e ai suoi colleghi, come una intollerabile minaccia - non alle cosiddette «conquiste della modernità», ma al potere culturale costituito, a quel «partito intellettuale» di cui parlava, profeticamente, Peguy.
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