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Numero 475
del 15/05/2012
Tecnicismo totalitario PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
venerdì 01 febbraio 2008

Dopo la selezione embrionale, dopo la clonazione dell'embrione umano, dopo gli aborti selettivi (a causa dei quali, prescindendo dalla condivisione soggettiva sull'interruzione volontaria della gravidanza, mancano all'appello nella popolazione mondiale più di 200 milioni di bambine), dopo la creazione della prima chimera (cioè la fusione di Dna umano e animale), si è oltrepassata l'ulteriore, e - ahinoi - probabilmente non ultima barriera del possibilismo tecnico, giungendo all'eliminazione diretta della metà cromosimoco-genetica dell'umanità, cioè il maschio. Se avessero prospettato questa possibilità anche alla più accanita, infervorata ed ottimista attivista femminista degli anni '70, sicuramente l'avrebbe liquidata come una ridicola utopia fantascientifica, eppure oggi alcuni ricercatori della Newcastle upon Tyne University hanno annunciato di aver messo a punto una tecnica per «trasformare» le cellule del midollo osseo della donna in spermatozoi, con il risultato di eliminare il ruolo dell'uomo nella fase del concepimento, con il risultato, insomma, di aver eliminato la figura, l'istituto naturale, del padre, del padre biologico, insomma del padre naturale.

L'evento, isolatamente considerato, potrebbe essere inscritto a ragione in quel tipo di fenomeni scientifici, creati ad arte da alcuni ricercatori, che sono stati definiti come «scienza spettacolo» da Carlo Alberto Redi (Direttore scientifico della fondazione IRCSS - Policlinico San Matteo di Pavia) su La Stampa di venerdì 1 febbraio. Tuttavia, la vicenda acquista un profilo sicuramente diverso se la si inserisce nel contesto scientifico odierno, che ha abbandonato perfino le ultime sponde dell'utilitarismo (il pensiero in base al quale ogni prodotto della scienza deve essere finalizzato ad uno scopo, spesso di carattere economico) per lanciarsi a capofitto nel procelloso oceano del tecnicismo (cioè il pensiero in base al quale se una cosa è tecnicamente fattibile non vi sono motivi per non farla, e tutto ciò che non può essere fatto sarà fatto non appena vi sarà la possibilità tecnica di farlo).

Senza alcun dubbio, sotto la lente dell'analisi storica, il tecnicismo è il frutto più maturo e all'un tempo più ingenuo di una esasperazione del pensiero illuminista da un lato e della prassi positivista dall'altro, che attraverso processi di continua sedimentazione, quasi come una stratificazione di carattere alluvionale, del progresso tecnico-scientifico hanno condotto ai terrificanti risultati che oggi tutti constatiamo. A ciò si aggiunga che il tecnicismo viene sempre più spesso elevato dalla classe scientifica, più o meno consapevolmente, a vera e propria ideologia e come tale assurge ad unico e solo momento interpretativo della intera realtà. Il sintomo principale è la visione dell'uomo che da questa concezione della scienza e del progresso tecnico discende. L'uomo diventa poco a poco, anzi, è diventato poco a poco, una monade isolata, rinchiusa nel guscio del suo solipsismo esistenziale. Si è insomma sviluppata una concezione anti-sociale dell'uomo, in quanto l'uomo è diventato un ente separato dalla realtà che lo circonda, in particolare isolato dai suoi simili, le relazioni con i quali avvengono sempre più di rado e solo per motivi di inderogabile necessità. L'uomo in sostanza, nel percorso del progresso scientifico, ha perso la sua stessa natura, quella natura sociale che era già nota ed evidenziata dal pensiero aristotelico. L'uomo, così, perdendo la sua socialità naturale e la sua natura sociale, ha sostanzialmente smarrito se stesso, arroccandosi in una dimensione che potrebbe essere definita non come naturale, cioè vera e sostanziale, ma come artificiale, cioè tecnica.

Poiché determinante per lo smarrimento della natura dell'uomo è stato il pensiero illuminista e neo-illuminista che oggi pervade il mondo scientifico, lo smarrimento del «sé» da parte dell'uomo non può che qualificarsi come fenomeno totalitario, così come Max Horkheimer totalitario definì l'illuminismo che, pur tuttavia, da lui stesso fu comunque idolatrato. Ammette, infatti, Horkheimer: «Ciò che importa non è quella soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma l'operation, il procedimento efficace», cioè in sostanza il metodo, la tecnica scientifica che o elide la verità, ad essa sostituendosi, o la rende l'oggetto non solo della manipolazione, ma anche della sola manipolabilità. La circostanza per cui oggi la riproduzione può avvenire senza l'intervento dell'altro, dell'altro secondo natura, cioè del maschio, deve dunque essere inserita in questa ottica; del resto non è totalitaria una donna che esercitando un potere discrezionale, arbitrario ed indipendente, elimina ciò che è diverso da «sé» per procreare in modo biologicamente autonomo?

In conclusione, si ripropone l'osservazione di Carl Schmitt sul potere: «Rispetto alla natura ci sentiamo oggi molto superiori. Non la temiamo più e anche se ci aggredisce con malattie e catastrofi, nutriamo la speranza di sconfiggerla in breve tempo. L'uomo, un essere vivente reso debole dalla natura, si è prepotentemente distaccato dal proprio ambiente con l'aiuto della tecnica. Si è fatto signore della natura e di tutti gli esseri che vivono sulla terra. Le barriere tangibili che nel passato la natura gli aveva opposto, come il freddo e il caldo, la fame e la carestia, gli animali selvatici e i pericoli d'ogni sorta, queste barriere naturali hanno perso molta della loro forza».




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