Dopo la selezione embrionale, dopo la clonazione dell'embrione umano, dopo gli aborti selettivi
(a causa dei quali, prescindendo dalla condivisione soggettiva
sull'interruzione volontaria della gravidanza, mancano all'appello
nella popolazione mondiale più di 200 milioni di bambine), dopo la
creazione della prima chimera (cioè la fusione di Dna umano e animale),
si è oltrepassata l'ulteriore, e - ahinoi - probabilmente non ultima
barriera del possibilismo tecnico, giungendo all'eliminazione diretta
della metà cromosimoco-genetica dell'umanità, cioè il maschio. Se
avessero prospettato questa possibilità anche alla più accanita,
infervorata ed ottimista attivista femminista degli anni '70,
sicuramente l'avrebbe liquidata come una ridicola utopia
fantascientifica, eppure oggi alcuni ricercatori della Newcastle upon
Tyne University hanno annunciato di aver messo a punto una tecnica per
«trasformare» le cellule del midollo osseo della donna in spermatozoi,
con il risultato di eliminare il ruolo dell'uomo nella fase del
concepimento, con il risultato, insomma, di aver eliminato la figura,
l'istituto naturale, del padre, del padre biologico, insomma del padre
naturale.
L'evento, isolatamente considerato,
potrebbe essere inscritto a ragione in quel tipo di fenomeni
scientifici, creati ad arte da alcuni ricercatori, che sono stati
definiti come «scienza spettacolo» da Carlo Alberto Redi (Direttore scientifico della fondazione IRCSS - Policlinico San Matteo di Pavia) su La Stampa
di venerdì 1 febbraio. Tuttavia, la vicenda acquista un profilo
sicuramente diverso se la si inserisce nel contesto scientifico
odierno, che ha abbandonato perfino le ultime sponde dell'utilitarismo
(il pensiero in base al quale ogni prodotto della scienza deve essere
finalizzato ad uno scopo, spesso di carattere economico) per lanciarsi
a capofitto nel procelloso oceano del tecnicismo (cioè il pensiero in
base al quale se una cosa è tecnicamente fattibile non vi sono motivi
per non farla, e tutto ciò che non può essere fatto sarà fatto non
appena vi sarà la possibilità tecnica di farlo).
Senza alcun dubbio, sotto la lente
dell'analisi storica, il tecnicismo è il frutto più maturo e all'un
tempo più ingenuo di una esasperazione del pensiero illuminista da un
lato e della prassi positivista dall'altro, che attraverso
processi di continua sedimentazione, quasi come una stratificazione di
carattere alluvionale, del progresso tecnico-scientifico hanno condotto
ai terrificanti risultati che oggi tutti constatiamo. A ciò si aggiunga
che il tecnicismo viene sempre più spesso elevato dalla classe
scientifica, più o meno consapevolmente, a vera e propria ideologia e
come tale assurge ad unico e solo momento interpretativo della intera
realtà. Il sintomo principale è la visione dell'uomo che da questa
concezione della scienza e del progresso tecnico discende. L'uomo
diventa poco a poco, anzi, è diventato poco a poco, una monade isolata,
rinchiusa nel guscio del suo solipsismo esistenziale. Si è insomma
sviluppata una concezione anti-sociale dell'uomo, in quanto l'uomo è
diventato un ente separato dalla realtà che lo circonda, in particolare
isolato dai suoi simili, le relazioni con i quali avvengono sempre più
di rado e solo per motivi di inderogabile necessità. L'uomo in
sostanza, nel percorso del progresso scientifico, ha perso la sua
stessa natura, quella natura sociale che era già nota ed evidenziata
dal pensiero aristotelico. L'uomo, così, perdendo la sua socialità
naturale e la sua natura sociale, ha sostanzialmente smarrito se
stesso, arroccandosi in una dimensione che potrebbe essere definita non
come naturale, cioè vera e sostanziale, ma come artificiale, cioè
tecnica.
Poiché determinante per lo
smarrimento della natura dell'uomo è stato il pensiero illuminista e
neo-illuminista che oggi pervade il mondo scientifico, lo
smarrimento del «sé» da parte dell'uomo non può che qualificarsi come
fenomeno totalitario, così come Max Horkheimer totalitario definì
l'illuminismo che, pur tuttavia, da lui stesso fu comunque idolatrato.
Ammette, infatti, Horkheimer: «Ciò che importa non è quella
soddisfazione che gli uomini chiamano verità, ma l'operation,
il procedimento efficace», cioè in sostanza il metodo, la tecnica
scientifica che o elide la verità, ad essa sostituendosi, o la rende
l'oggetto non solo della manipolazione, ma anche della sola
manipolabilità. La circostanza per cui oggi la riproduzione può
avvenire senza l'intervento dell'altro, dell'altro secondo natura, cioè
del maschio, deve dunque essere inserita in questa ottica; del resto
non è totalitaria una donna che esercitando un potere discrezionale,
arbitrario ed indipendente, elimina ciò che è diverso da «sé» per
procreare in modo biologicamente autonomo?
In conclusione, si ripropone l'osservazione di Carl Schmitt sul potere:
«Rispetto alla natura ci sentiamo oggi molto superiori. Non la temiamo
più e anche se ci aggredisce con malattie e catastrofi, nutriamo la
speranza di sconfiggerla in breve tempo. L'uomo, un essere vivente reso
debole dalla natura, si è prepotentemente distaccato dal proprio
ambiente con l'aiuto della tecnica. Si è fatto signore della natura e
di tutti gli esseri che vivono sulla terra. Le barriere tangibili che
nel passato la natura gli aveva opposto, come il freddo e il caldo, la
fame e la carestia, gli animali selvatici e i pericoli d'ogni sorta,
queste barriere naturali hanno perso molta della loro forza».
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