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Numero 475
del 15/05/2012
Gli aspetti viziosi della globalizzazione PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
aurora@ragionpolitica.it
  
venerdì 06 giugno 2008

In un momento in cui si parla della necessità di reagire agli aspetti viziosi della globalizzazione, in cui la tecnofinanza ha destabilizzato l'evoluzione dell'economia reale, bisognerebbe volgere lo sguardo ad una prospettiva più ampia per capire che la radice dei mali che sembrano affliggere la società non si identifica esclusivamente nella degenerazione del sistema economico. Se da una parte, con la globalizzazione e la conseguente volatilità dei capitali, l'economia finanziaria si è sganciata dall'economia reale, creando quel germe da cui ha avuto origine la speculazione finanziaria fine a se stessa che ha accentuato la sperequazione nella distribuzione della ricchezza, dall'altra questo processo è stato accompagnato, parallelamente, da un'involuzione del tessuto connettivo della società, la cui dimensione sociale, complice lo sviluppo incessante di una globalizzazione incontrollata, sembra aver lasciato il passo ad una dimensione più prettamente individuale.

In un momento in cui il mercato, complice anche la crisi che hanno attraversato gli Stati nazionali, sembrerebbe fagocitare, inglobandola, la società, ebbene, è proprio ora che, se guardiamo all'esempio italiano, la società stessa rivendica, attraverso lo strumento rappresentativo di una politica più forte, la necessità di tutelare la vita nella sua dimensione collettiva e comunitaria, prima ancora che individuale. I problemi che sta attraversando il nostro Paese, su cui si sono abbattute emergenze quali quelle relative alla vivibilità civile delle nostre città - si va dal nodo rifiuti al problema immigrazione e microcriminalità, ecc. - hanno fatto scattare, a livello della nostra società italiana, il desiderio di un riscatto nazionale che sottende la necessità di attribuire una forte priorità anche alla dimensione collettiva, non solo individuale. La libertà degli individui considerati uti singuli, infatti, conta poco se la società poi si disintegra. La grande sfida odierna, dunque, sembra identificarsi non solo ed unicamente nella necessità di una ripresa economica, ma anche sociale.

La crisi economica attuale ha fatto scattare, da più parti, lo spettro della catastrofe finanziaria del '29. Cosa accomuna quella crisi a quella odierna? Allora le teorie keynesiane sembravano la panacea di tutti i problemi. La crisi di sovrapproduzione americana che si era venuta a creare doveva essere sanata attraverso l'intervento dello Stato nel processo economico, che prevedeva l'incremento della spesa pubblica con il disavanzo di bilancio: fine ultimo era quello di elevare il livello totale della spesa per rimettere in moto l'industria americana. Il disavanzo poneva un solo problema, cioè quello della sua copertura: esso avrebbe dovuto essere coperto con l'indebitamento, il quale a sua volta poteva essere onorato qualora l'economia, per effetto della diretta incentivazione derivante proprio dal debito, avesse allargato la sua base produttiva, consentendo allo Stato di acquisire maggiori entrate tributarie, con le quali poter chiudere il conto. La politica di disavanzo di bilancio riuscì per un certo periodo a curare alla radice la crisi dell'economia, introducendo strumenti improntati alla necessità di far crescere i consumi che produssero massicce dosi di domanda e, attraverso la creazione di lavoro anche improduttivo, forme di redistribuzione del reddito che si svilupparono anche grazie alla nascita dello Stato assistenziale.

Le teorie Keynesiane, con un intervento massiccio dello Stato nell'economia, diedero vita al capitalismo improntato al consumo. Oggi, invece, si parla di globalizzazione come una sorta di processo di estensione del capitalismo caratterizzato, grazie all'evoluzione tecnologica ed informatica, da una maggiore velocità dei processi e dall'abbattimento delle frontiere spazio-temporali. Eppure sembra che si riproducano, come allora, alcuni vizi che hanno fatto degenerare l'evoluzione di questo processo: considerare lo sviluppo di un Paese dando la preponderanza esclusivamente ad un aspetto prettamente economico potrebbe portare ad una crescita illusoria, le cui fondamenta si rivelano poi fragili. Sembra che ad accomunare i due processi di sviluppo dell'economia, quello del capitalismo e poi quello della globalizzazione, sia una visione riduttiva, che esclude l'incidenza fondamentale di alcuni fattori, da quello politico a quello sociale, senza i quali la globalizzazione non potrà mai accrescere veramente il cosiddetto benessere generale. La globalizzazione economica si è sviluppata in modo incessante proprio nel momento in cui gli Stati nazionali apparivano in crisi, svuotati dall'alto da organismi sovranazionali, e dal basso dall'emergere di localismi.

Ecco che, in tale contesto, il liberismo economico è stato assunto quale unico valore: è così che il sistema economico, anonimo e impersonale, ha iniziato ad andare per conto proprio, passando al di sopra dello Stato e dei suoi confini, ma anche e soprattutto al di sopra della società. Se durante la crisi del '29 fu lo Stato ad intervenire direttamente nell'economia, e, creando occupazione anche improduttiva, trasformò il salario in una sorta di remunerazione della capacità di consumo, ora, con uno Stato sicuramente più debole e soggetto al rispetto di alcuni parametri economici sovranazionali, sono le Banche, le grandi concentrazioni bancarie a costituire il soggetto che, attraverso l'impacchettamento dei debiti concessi (a rischio) in prodotti finanziari ad alto rendimento (ad es. bond), ma che non riflettono l'andamento dell'economia reale, si sono rese protagoniste di una grossa emissione di liquidità volta ad accrescere la capacità di consumo, un consumo non giustificato, però, da un retroterra di un'economia che sia in grado di sorreggerlo veramente. Mentre nei Paesi asiatici la liquidità derivante da prodotti finanziari che fanno leva sul debito è stata utilizzata per fare investimenti consistenti, in Occidente questa ha costituito una fonte per alimentare i consumi, il tutto a danno della competitività delle nostre economie. Anche ora, come nel '29, si è utilizzata, sebbene in modo ben diverso, ma sempre impropriamente, la leva del debito; non solo, anche oggi, come allora, si tende a privilegiare quella componente del risparmio, il consumo (che implica un'atteggiamento più passivo dell'uomo), al quale in realtà dovrebbe sommarsi l'investimento, che racchuide in sè anche il concetto di proprietà e quindi di libertà. Il risparmio, infatti, è la somma di consumi più investimenti: laddove i primi prendono il sopravvento è naturale che si vengano a creare degli squilibri.

L'adesione ideologica delle masse ad una cultura materiale sganciata dagli altri aspetti dell'uomo fa sì che il valore morale si trasformi sempre di più in «valore economico», generando una cultura «economicista» per la quale le variegate dimensioni umane, che vanno da quella individuale a quella sociale, da quella economica a quella politica e religiosa vengono scomposte e non considerate nel loro insieme; e così accade che la primazia data al fattore economico pian piano cominci ad «inglobare» la società. L'obiettivo per ovviare agli aspetti negativi della globalizzazione dovrebbe essere quello di restituire l'economia al suo ruolo, un ruolo per cui essa è parte della società e quindi al suo servizio. In realtà sarebbe proprio la politica, intesa come potere sovrano delegato dal popolo, l'elemento che dovrebbe rivendicare un ruolo decisivo per valorizzare gli aspetti virtuosi della globalizzazione e contrastarne quegli aspetti viziosi.




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