Richard Meier è l'architetto dell'Ara Pacis di Roma. Una celebrità. Un'icona pop, anziano, tanto da essere considerato un Maestro. L'intervista a Meier pubblicata sul mensile del Corriere della Sera, Style Magazine,
è un formidabile esempio di menzogna ideologica. L'architetto è un uomo
vagamente Bauhaus, mitteleuropeo per cultura e americano per animal spirits
economici. A casa sua troverete torri di libri, simili a grattacieli,
che l'architetto ha disseminato un po' dappertutto - osserva
devotamente Alessandra Farkas, l'intervistatrice prona al genio
incommensurabile del Maestro. Dopo aver attaccato a fondo l'esistenza
dell'architetto, con domande ruggenti come «Perché non ha attaccato
quadri ai muri?» e, ancora, «Che lavoro fanno i suoi figli?», giungiamo
all'area calda dell'intervista. Domanda su Alemanno, notoriamente
critico del «capolavoro» di Meier, l'Ara Pacis. Risposta: «No comment
su Alemanno. Francesco Rutelli e Walter Veltroni, invece, non avrebbero
potuto essere più cordiali; Vittorio Sgarbi mi ha messo mille bastoni
tra le ruote. Venne a New York per incontrarmi: "Ho promesso alla
nostra classe politica che ti avrei convinto a cambiare il progetto
romano", mi disse. Quando io rifiutai, perché non c'era assolutamente
niente da cambiare, lui tornò in Italia e mi aizzò il paese contro. Una
mossa stupida».
Meier, dunque, forte dell'appoggio dei due guastatori professionisti di Roma, Rutelli e Veltroni, dei due personaggi che hanno messo in ginocchio la capitale (dieci miliardi di debiti, più o meno), oggi fa un «no comment»
su Alemanno e, alla domanda precedente, dedicata alla difficoltà degli
architetti americani a lavorare in Italia, risponde: «Questo succede
perché lì tutto è politicizzato. Anche cucinare un piatto di pasta ha
profonde implicazioni politiche». Eppure, in questo paese in preda ai
dèmoni della politica, Meier ha fatto fortuna, ha scritto una pagina di
scempio architettonico, come l'Ara Pacis, che lo ha, comunque,
consegnato di peso al jet set internazionale.
Dopodichè, da buon italiota di risulta, al pari dei vari neo-lib del
«Corrierone», Giavazzi in testa, sputa nel piatto nel quale mangia
lautamente. Non solo. L'architettura postmoderna è il modello
ideologico metapolitico più potente ed efficace che si possa
congegnare. Una trappola per topi. I topi sono i cittadini. Che si
vedono l'Ara Pacis mentre camminano e vanno al lavoro e non possono
fiatare.
L'architettura postmoderna se ne
frega dei contesti urbani e dei bisogni dei cittadini, degli uomini e
delle donne in carne ed ossa, basta soltanto applicare uno
schema perfetto di costruzione, basta l'«abitare» secondo la mente
degli intellettuali organici al potere di turno, appunto: gli
architetti. Tutti al pascolo nei territori dei politici di sinistra,
tutti foraggiati dalla politica, tutti al comando degli «illuminati»
progressisti, talché sono loro a guidarli, e così è: l'architettura è policy making,
direbbe la politologia anglosassone. I contesti urbani sono i territori
che distruggono il sociale e gli architetti postmoderni, alla Meier,
sono i guru della nuova colonizzazione. Le loro
fortune sono dovute a questa massa ideologica, assolutamente non
critica, solo massa; massa di luoghi comuni, uomini-massa,
politici-massa, nessuna individualità che sappia essere outsider,
sparigliando le carte, nessun politico che sappia dire: «Me ne frego
dei tuoi alambicchi della ragione, voglio case vere, spazi abitabili,
monumenti all'altezza della mia città, contestualizzati».
Moeller van den Bruck, il massimo esponente della Rivoluzione Conservatrice, scrisse che chi ha una visione d'insieme, una Weltanschauung, una visione del mondo, è un outsider. E' fuori dal sistema del politically correct.
Fuori dai Meier e dai Fuksas, dal finto cinema di realtà caricaturali,
invasive di un'Italia che non esiste. Insomma, è fuori da noi, da ciò
che noi rappresentiamo: il popolo come soggetto della storia. Se
Alemanno saprà dire ancora no all'Ara Pacis ed a tutti i predoni del
culturale sinistrorso, allora, forse, l'outsider che è in noi avrà una ragione in più per sperare. La goccia scava la roccia.
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