Dal 12 giugno e fino al 14
settembre é in corso a Roma presso la Galleria Nazionale di Arte
Moderna la mostra Schifano 1934-1998. L'esposizione, curata da
Achille Bonito Oliva, Presidente dell'Archivio Mario Schifano, si
rivela ricca e sapientemente articolata: a dieci anni dalla scomparsa
dell'artista e a quasi cinquanta dal suo primo debutto romano, essa si
pone di fatto non come una semplice «antologica» della produzione del
pittore, bensì come un excursus completo e coerente che ricalca il percorso esistenziale di Mario Schifano - homo e artifex - attraverso lo snodarsi effervescente e tumultuoso del divenire delle sue opere.
Un'enorme fotografia di Schifano
giovane (primi anni Sessanta) invade la parete d'ingresso. Mario con il
suo sguardo folgorante domina da subito la scena, com'è stato
del resto suo costume nel panorama artistico internazionale del secondo
dopoguerra: così l'artista già cattura e affascina, con la sua sola
presenza patinata ancor prima della visione e del contatto con i suoi
dipinti. Visione che porta al contatto. Perché l'opera di Schifano, si
sa, va ben oltre la percezione visiva.
Si tratta di una pittura rapida e incessantemente sperimentale, nei materiali e nelle forme come nelle iconografie, accennate o spezzate, talora quasi oniriche. Schifano utilizza la res
pittorica senza regole predefinite, senza vincoli: bitume, smalti,
spray, vernici, emulsioni e perspex applicati in tecnica mista già a
partire dalla fine degli anni Cinquanta. Colore o monocromo non ha
importanza. Tutto si sparge e si fonde armoniosamente su grandi
pannelli singoli, dittici o polittici enormi, come la gigantesca
Chimera del 1985. Una modalità, o forse meglio dire un istinto
pittorico, che non propone solo «dipinti», ma che piuttosto con questi
rivela suggestioni e sensazioni.
La coerenza di Schifano è proprio in questo work-in-progress, costante e libero, ma teso a rendere fondamentalmente la «visione» e la sua essenza stessa,
per quanto fugace ed immateriale essa possa rivelarsi. Dalle prime
opere su carta intelata degli anni '60 al celebre Futurismo rivisitato
a colori, dalle serie di Televisori fino agli ultimi collages con polaroid,
l'obiettivo di Mario si focalizza ogni volta sulla problematicità dei
media con quesiti sempre diversi. Le sezioni espositive sono scandite
dal susseguirsi dei decenni, segnati non solo dal percorso artistico di
Schifano, ma anche dalle sue tumultuose vicende esistenziali (gli
svariati viaggi, le tormentate relazioni amorose, gli eccessi, gli
scandali, il susseguirsi degli arresti per detenzione di droga). Le
numerose opere - presentate però secondo uno stretto criterio selettivo
frutto della collaborazione con l'Archivio Mario Schifano - affiancate
da disegni e filmati, testimoniano la complessità e l'eclettismo di
questo stesso percorso in cui vita e arte, inscindibili tra loro, si
compenetrano e traggono stimoli ed energia l'una dall'altra.
A dieci anni dalla scomparsa di
Mario Schifano l'esposizione romana si presenta quindi non come una
dogmatica retrospettiva, quanto come uno stimolante momento di
riflessione sulla vastità, la varietà e il significato più intimo del
lavoro dell'artista che ora, attraverso la camera ottica
generata dalla distanza, può finalmente essere considerato nel suo
insieme. Più volte e debolmente, fin dagli anni Sessanta, si è tentato
d'«incasellare» l'arte di Schifano, associandola al New Dada, al Noveau
Realisme, alla Pop Art - è nota la sua amicizia con Warhol. Mario
coscientemente diceva di sé: «Io non sono responsabile che di me stesso
e di ciò che faccio, e tendo a fare sempre cose nuove, senza tregua».
Schifano 1934-1998, presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma fino al
14 Settembre. Dal 17 Ottobre 2008 alla Fondazione Stelline e Accademia
di Brera di Milano. Catalogo Electa.
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