Le competizioni olimpiche targate
Beijing 2008 hanno certamente assunto, in Italia, una gentile tinta
rosata nel vedere i successi e i traguardi conseguiti dalle nostre
atlete. Gli ori della Pellegrini e della Vezzali hanno senza
ombra di dubbio riacceso il nostro spirito patriottico e ci hanno resi
lieti e orgogliosi del nostro essere italiani. Ma le atlete che hanno
destato più curiosità, stupore e ammirazione sono state, a ben vedere,
le atlete della batteria per i 100 metri femminile: Buthaina
Al-Yaqoubi, per l'Oman, Fathia Ali Bourrale, per Gibuti, Robina
Muqimyar, per l'Afghanistan, Waseelah Saad, per lo Yemen.
Ebbene si! Seppur in numero
inferiore e dalle prestazioni atletiche non da podio, le sportive di
molti paesi islamici hanno, consapevolmente o meno, assunto un ruolo
molto importante: sono diventate ambasciatrici di una voce,
forte e silenziosa allo stesso tempo, quella delle donne islamiche.
Negli ultimi decenni, infatti, si è sviluppato un movimento sociale e
culturale formato da donne che rivendicano ciò che lo stesso Islam loro
riconosce: una libertà ed eguaglianza in diritti che il Corano e il
profeta Maometto hanno dato loro. La rivoluzione culturale in rosa,
infatti, prende le mosse dall'Islam stesso: come molte pensatrici e
donne coraggiose hanno affermato a lungo, decise a portare avanti
riforme atte a migliorare la condizione femminile in tali paesi,
l'Islam non è una catena che le priva della loro dignità e libertà, ma
spesso è l'interpretazione che di esso ne danno le autorità religiose e
gli uomini stessi che le costringono in condizioni di vita al di là a
volte della stessa umanità. Non ci riferiamo meramente a una «minigonna
indossata» o «un reggiseno bruciato in piazza durante un corteo», ma
spesso proprio le donne dell'Islam sono private della loro stessa
dignità, come donna e persona, quando come merce di scambio all'età di
8 anni sono costrette a prendere come proprio marito un quarantenne o
giù di lì. Quando pratiche come l'infibulazione o l'asportazione del
clitoride le vengono praticate in età adolescenziale, in modo tale che
siano «donne e mogli pure non indotte al peccato e al piacere della
carn». Molte private del mero diritto all'istruzione, che spesso si
ferma ad un livello elementare perché considerato poco conveniente
economicamente e socialmente istruire una donna. Private dell'autonomia
di guidare un auto. Ma non per questo vittime. Non per questo succubi.
Non per questo meri agnelli sacrificali.
Sono donne forti che hanno deciso
di rivendicare la loro dignità, senza mai rinnegare il loro credo
fortemente sentito e rispettato tanto che le atlete mussulmane hanno
gareggiato indossando il velo, tanto sotto la maschera da
scherma come le fiorettiste egiziane, così come durante le gare di
atletica leggera come le corritrici dell'Oman, Afghanistan, Gibuti e
Yemen. Le attuali olimpiadi, cariche di un grande significato politico
sin dai primi secondi di quello storico 8-8-08, lasciano anche oggi
spazio ad una riflessione politico-sociale di più ampio respiro. Queste
donne provenienti da paesi in cui non godono di grandi possibilità per
allenarsi, o di strutture adatte alla preparazione atletica per una
competizione così importante e impegnativa, hanno comunque gareggiato
con dignità e volontà di vincere al pari delle loro colleghe
occidentali. Sono portatrici sane di un messaggio, rivolto ai più: che
anche loro stanno, giorno dopo giorno, conquistando un loro spazio
vitale nelle loro stesse società, spesso molto all'avanguardia se si
osservano i ceti alti, e allo stesso tempo molto retrograde e fuori dal
tempo se si osservano le classi più povere. Le grandi assenti a tali
competizioni olimpiche sono state le atlete di Riad: il comitato
olimpico saudita ha loro impedito di partecipare alle competizioni per
le qualificazioni olimpiche. Non ne ha mandata neanche una. Non è
permesso.
Ma quando i riflettori a Beijing si
spegneranno, quando l'attenzione dei media si affievolirà anche nei
loro confronti, ecco che queste donne torneranno nei loro paesi,
a condurre la gara più importante, quella di una vita, quella per la
vita: la gara di vivere amando l'Islam, rispettandolo e venerandolo, ma
non per questo rinunciando a una dignità che i loro stessi governi si
impegnarono a garantire loro già nel 1948 con un atto chiamato
Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo (e per uomo, forse non
se ne accorsero, si intendeva e si intende tuttoggi «essere umano»!!!).
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