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Numero 475
del 15/05/2012
Olimpiadi: la «rivoluzione rosa» PDF Stampa E-mail
! di Maria Chiara Albanese
albanese@ragionpolitica.it
  
mercoledì 20 agosto 2008

Le competizioni olimpiche targate Beijing 2008 hanno certamente assunto, in Italia, una gentile tinta rosata nel vedere i successi e i traguardi conseguiti dalle nostre atlete. Gli ori della Pellegrini e della Vezzali hanno senza ombra di dubbio riacceso il nostro spirito patriottico e ci hanno resi lieti e orgogliosi del nostro essere italiani. Ma le atlete che hanno destato più curiosità, stupore e ammirazione sono state, a ben vedere, le atlete della batteria per i 100 metri femminile: Buthaina Al-Yaqoubi, per l'Oman, Fathia Ali Bourrale, per Gibuti, Robina Muqimyar, per l'Afghanistan, Waseelah Saad, per lo Yemen.

Ebbene si! Seppur in numero inferiore e dalle prestazioni atletiche non da podio, le sportive di molti paesi islamici hanno, consapevolmente o meno, assunto un ruolo molto importante: sono diventate ambasciatrici di una voce, forte e silenziosa allo stesso tempo, quella delle donne islamiche. Negli ultimi decenni, infatti, si è sviluppato un movimento sociale e culturale formato da donne che rivendicano ciò che lo stesso Islam loro riconosce: una libertà ed eguaglianza in diritti che il Corano e il profeta Maometto hanno dato loro. La rivoluzione culturale in rosa, infatti, prende le mosse dall'Islam stesso: come molte pensatrici e donne coraggiose hanno affermato a lungo, decise a portare avanti riforme atte a migliorare la condizione femminile in tali paesi, l'Islam non è una catena che le priva della loro dignità e libertà, ma spesso è l'interpretazione che di esso ne danno le autorità religiose e gli uomini stessi che le costringono in condizioni di vita al di là a volte della stessa umanità. Non ci riferiamo meramente a una «minigonna indossata» o «un reggiseno bruciato in piazza durante un corteo», ma spesso proprio le donne dell'Islam sono private della loro stessa dignità, come donna e persona, quando come merce di scambio all'età di 8 anni sono costrette a prendere come proprio marito un quarantenne o giù di lì. Quando pratiche come l'infibulazione o l'asportazione del clitoride le vengono praticate in età adolescenziale, in modo tale che siano «donne e mogli pure non indotte al peccato e al piacere della carn». Molte private del mero diritto all'istruzione, che spesso si ferma ad un livello elementare perché considerato poco conveniente economicamente e socialmente istruire una donna. Private dell'autonomia di guidare un auto. Ma non per questo vittime. Non per questo succubi. Non per questo meri agnelli sacrificali.

Sono donne forti che hanno deciso di rivendicare la loro dignità, senza mai rinnegare il loro credo fortemente sentito e rispettato tanto che le atlete mussulmane hanno gareggiato indossando il velo, tanto sotto la maschera da scherma come le fiorettiste egiziane, così come durante le gare di atletica leggera come le corritrici dell'Oman, Afghanistan, Gibuti e Yemen. Le attuali olimpiadi, cariche di un grande significato politico sin dai primi secondi di quello storico 8-8-08, lasciano anche oggi spazio ad una riflessione politico-sociale di più ampio respiro. Queste donne provenienti da paesi in cui non godono di grandi possibilità per allenarsi, o di strutture adatte alla preparazione atletica per una competizione così importante e impegnativa, hanno comunque gareggiato con dignità e volontà di vincere al pari delle loro colleghe occidentali. Sono portatrici sane di un messaggio, rivolto ai più: che anche loro stanno, giorno dopo giorno, conquistando un loro spazio vitale nelle loro stesse società, spesso molto all'avanguardia se si osservano i ceti alti, e allo stesso tempo molto retrograde e fuori dal tempo se si osservano le classi più povere. Le grandi assenti a tali competizioni olimpiche sono state le atlete di Riad: il comitato olimpico saudita ha loro impedito di partecipare alle competizioni per le qualificazioni olimpiche. Non ne ha mandata neanche una. Non è permesso.

Ma quando i riflettori a Beijing si spegneranno, quando l'attenzione dei media si affievolirà anche nei loro confronti, ecco che queste donne torneranno nei loro paesi, a condurre la gara più importante, quella di una vita, quella per la vita: la gara di vivere amando l'Islam, rispettandolo e venerandolo, ma non per questo rinunciando a una dignità che i loro stessi governi si impegnarono a garantire loro già nel 1948 con un atto chiamato Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo (e per uomo, forse non se ne accorsero, si intendeva e si intende tuttoggi «essere umano»!!!).




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