Dopo la prodigiosa rimonta nei sondaggi registrata da John McCain nel mese di agosto, l'appuntamento con la convention di Denver era, per Barack Obama e per il Partito Democratico, di fondamentale importanza. McCain, con la sua strategia aggressiva, tra efficaci spot con cui si mettevano in dubbio esperienza e capacità a guidare una nazione dell'avversario e risposte più convincenti in materia di politica estera e su crisi come quella georgiana, si faceva sempre più minaccioso. Per questo motivo era necessario puntare sui tre giorni di convention in Colorado per tentare di riprendere in mano il gioco e annullare il contropiede repubblicano, in previsione di una fisiologica risalita nei sondaggi causata dall'impatto mediatico dell'evento.
Denver ha regalato al pubblico americano uno spettacolo pressoché perfetto. Un tripudio di bandiere a stelle e strisce e una carrellata di volti noti della galassia democratica, da Ted Kennedy ai coniugi Clinton, passando per Al Gore, John Kerry, Michelle Obama (autrice forse del miglior discorso di tutta la convention) e numerosi altri, tra cui l'ex governatore della Virginia Mark Warner, per fare da apripista all'incoronazione ufficiale. Un all star game democratico, culminato con l'elezione per acclamazione - su richiesta improvvisa di Hillary Clinton, momento dal grande impatto mediatico - del candidato Barack Obama. Il quale, il giorno dopo, ha infiammato le 80 mila persone che hanno riempito l'Invesco Field at Mile High Stadium, casa dei Denver Broncos della NFL, accettando la nomination con un magnifico discorso. Un momento storico, salutato anche dall'avversario repubblicano, il quale si è congratulato pubblicamente con il senatore dell'Illinois con uno spot televisivo. Con la convention, per i democratici, tutto è andato come previsto. O quasi.
Nonostante l'impeccabile e innegabile riuscita dell'evento, l'annunciato bounce nei sondaggi dei giorni successivi è risultato di entità minore rispetto alle aspettative. E - particolare che preoccupa non poco gli strateghi democratici - il distacco dall'avversario si è poi ridotto gradualmente. Lo scorso sabato, Gallup dava Obama sopra di 8 punti percentuali su McCain. Solo due giorni dopo, il vantaggio è sceso a 5 punti. Stando invece a un sondaggio CBS News, il miglioramento percentuale del democratico è stato di soli 3 punti, un risultato migliore di quello registrato da John Kerry nel 2004 (la cui convention, incentrata sul suo passato da reduce del Vietnam, non ebbe grande impatto), ma notevolmente peggiore rispetto a quelli di Al Gore nel 2000 e di Bill Clinton nel 1992 (oltre che di Bob Dole nel 1996). Come riportato da una ricerca CNN e da Zogby, la corsa è tuttora in sostanziale parità.
Da una parte, anche il minimo vantaggio conseguito dalla convention può essere considerato una vittoria per i democratici, dato il trend negativo dello scorso mese. Dall'altra, è sorprendente notare un così esiguo distacco, nonostante il grande impatto del discorso di fronte agli 80 mila di Denver (più i 40 milioni collegati da casa), specialmente se confrontato con l'assai più silenziosa convention repubblicana, la quale ha dovuto fare i conti, almeno nel primo giorno, con l'emergenza dell'uragano Gustav. La catastrofe naturale, assieme all'annuncio a sorpresa della scelta di Sarah Palin quale vice, ha permesso a McCain, ancora una volta, di rubare spazio mediatico a Obama. E di ribaltare una situazione di apparente difficoltà - la riuscita convention democratica, la tre giorni repubblicana in sordina, un disastro naturale che fa tornare in mente la cattiva gestione di Katrina e che offre armi ai democratici - a proprio vantaggio.
Così come avvenuto con la crisi in Ossezia, il senatore dell'Arizona ha approfittato dell'occasione per mostrare un profilo presidenziale, annullando il primo giorno di manifestazioni e spostandosi in Mississippi, vicino ai luoghi dove Gustav si stava dirigendo. Una mossa che ha spiazzato il fronte democratico. Affermando che i suoi avrebbero dovuto «agire da americani, non da repubblicani», ha mostrato agli elettori di essere pronto ad affrontare ogni crisi, con soluzioni immediate. Dimostrando in prima persona che «Country First» («Il paese prima di tutto»), marchio della sua campagna, non è solo un vuoto slogan elettorale.
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