Nessuno avrebbe mai scommesso sull'eccellente riuscita dell'ultimo Consiglio Europeo, tenutosi a Bruxelles giovedì 11 e venerdì 12 dicembre. Soprattutto, nessuno si sarebbe aspettato che i Ventisette potessero raggiungere così in fretta l'accordo sui tre principali punti in agenda: un piano di rilancio economico e finanziario, un agreement riguardo allo spinoso binomio energia-clima e una nuova spinta alla politica estera e di difesa dell'Unione. Inoltre, il summit ha riaperto l'iter di approvazione del Trattato di Lisbona dopo l'assicurazione irlandese di indire un nuovo referendum.
Un Nicolas Sarkozy visibilmente soddisfatto ha sottolineato, nel discorso di chiusura del vertice, il raggiungimento di questo «risultato storico» per l'Europa (ma soprattutto per l'Eliseo). «L'Europa deve essere propositiva: il mondo ha bisogno di un'Unione che rialzi la testa. Deve anche assumersi dei rischi e da qui abbiamo finalmente ricominciato il nostro cammino istituzionale», ha affermato il presidente francese ripercorrendo le tappe sicuramente non facili del semestre che si sta per concludere. Il rigetto irlandese al Trattato di Lisbona, le vibrate proteste contro l'Olimpiade cinese, la guerra in Georgia, il temporaneo gelo delle relazioni con la Russia e, da ultimo, la crisi finanziaria. Il summit di Bruxelles ha decisamente coronato gli sforzi di una presidenza e di un'Europa che mai si sono risparmiate nel tentare di dirimere le controversie internazionali sorte in questo periodo, dimostrando finalmente che l'Unione è capace di esprimere una realtà politica compatta e coesa.
Per ciò che concerne il piano economico di rilancio, malgrado la titubanza di Berlino - che ha da sempre privilegiato una manovra prettamente nazionale - i Ventisette hanno deciso di investire l'1,5% del Pil europeo (pari a circa 200 miliardi di euro) nella ripresa finanziaria dell'Unione. Più nello specifico, il Consiglio ha domandato alla Banca Europea per gli Investimenti (Bei) di impiegare nei prossimi due anni 30 miliardi di euro da destinarsi per il rilancio delle piccole e medie imprese.
Il piano riguardante il problema energetico-climatico prevede che i paesi europei implementino il cosiddetto «Pacchetto 20-20-20», conseguendo un triplice obiettivo entro il 2020: ridurre del 20% le emissioni di gas serra in rapporto ai livelli del 1990, innalzare l'uso delle energie rinnovabili al 20% del consumo totale e incrementare l'efficienza energetica del 20%. L'accordo sul clima permetterà all'Ue, in futuro, di ergersi quale capofila nella battaglia contro i capovolgimenti climatici e nella promozione di fonti rinnovabili e risparmio energetico.
Infine, il summit ha avuto successo anche sul piano prettamente politico-istituzionale. L'Irlanda, che con il referendum del 12 giugno 2008 aveva sconfessato il Trattato di Lisbona, si è dichiarata pronta ad organizzare una nuova consultazione popolare nel più breve tempo possibile acciocché l'accordo possa finalmente essere approvato in tutti i paesi europei. Inoltre, i Ventisette hanno concertato per dare un nuovo impulso all'implementazione della politica estera e di difesa dell'Unione, in modo tale ch'essa possa accrescere le capacità di condurre più operazioni contemporaneamente in teatri differenti. Da questo punto di vista, il semestre francese ha rappresentato un periodo catartico con il dispiegamento della missione Eulex in Kosovo e il tempestivo invio di osservatori in Georgia. Per il futuro i Ventisette hanno auspicato di dotarsi di uno strumento militare flessibile, che possa consentire di far fronte anche alle crisi più corpose.
Ora tutti gli sguardi si rivolgono verso Washington. Barack Obama non era a Bruxelles, ma sicuramente anche per lui questo Consiglio Europeo ha posto le basi per una nuova fase nelle relazioni tra Nuovo e Vecchio continente, dopo otto anni di malintesi con l'amministrazione uscente. Anche se risultano ancora imprevedibili i risultati che Praga riuscirà a conseguire durante il prossimo semestre di presidenza europea, l'Unione è sempre più coesa e ci si augura che finalmente possa costituire un partner di riferimento per l'alleato d'Oltreoceano.
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