Negli Stati Uniti, nello spazio di pochi giorni, siamo passati da una vittoria democratica quasi sicura a uno scenario di sostanziale testa-a-testa. L'elettorato americano è molto ondivago. Ma cosa può influenzarlo, oltre all'immagine che i candidati danno di sé?
La prima fonte di angoscia, in queste elezioni, non è tanto l'Iraq, quanto la crisi economica. Le preoccupazioni dell'americano medio sono molteplici. I prezzi della benzina sono saliti in modo insopportabile in un Paese in cui ogni cittadino dipende dalla sua automobile, anche solo per recarsi sul posto di lavoro quotidianamente. Cresce l'ansia per la sanità, con assicurazioni sempre più costose. La crisi dei mutui ha provocato un aumento del numero dei pignoramenti immobiliari, salito a livelli record da 30 anni a questa parte. E in una nazione in cui si è sfiorata la piena occupazione negli ultimi 28 anni, oggi la disoccupazione è cresciuta al 6,1% e non accenna a diminuire.
Barack Obama ha sempre mirato ad un maggior protezionismo. Hfa minacciato di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dal Nafta (il trattato di libero scambio tra Canada, Usa e Messico) se il vicino messicano non avesse fornito più garanzie contro la concorrenza sleale. Si è sempre opposto, in Senato, alla ratifica di nuovi trattati di libero scambio. In particolare, in questo periodo, è contro l'accordo con la Colombia. Anche per una forte diffidenza, tutta di sinistra, contro il suo presidente Alvaro Uribe.
McCain, al contrario, è uno dei conservatori che hanno maggiormente sostenuto la causa della globalizzazione. Per difendere i posti di lavoro, occorre «Aprire nuovi mercati e preparare i lavoratori a competere nell'economia mondiale: è essenziale per il nostro benessere futuro», ha affermato nel suo discorso della convention.
La preoccupazione più immediata per l'americano medio è sicuramente la benzina sempre più cara. Su questo punto i due candidati convergono su un'unica soluzione: più indipendenza energetica. Da quando ha iniziato la corsa alla presidenza, McCain ha proposto lo slogan «Drill here, drill now, pay less» (trivella qui, trivella ora, paga meno). Ed è un convinto sostenitore dell'energia nucleare. Tuttavia, nel suo passato da senatore dell'Arizona, non è sempre stato coerente su questo punto. Anzi, era conosciuto proprio come repubblicano ecologista. Ora ha realmente cambiato idea? La scelta di Sarah Palin come vice sembrerebbe suggerire: sì. La Palin è governatrice dell'Alaska (con le sue enormi riserve di gas e petrolio) ed è sempre stata sostenitrice della politica del drill. Sul petrolio americano Obama è ancor più in imbarazzo rispetto al suo rivale. Legato a doppio spago alle lobby ecologiste che fanno capo ad Al Gore, si è sempre fieramente opposto all'esplorazione e alla trivellazione di nuovi pozzi in territorio americano, schierandosi a protezione delle riserve naturali. La campagna elettorale per la presidenza lo ha costretto a cambiare rotta. Ma fino a un certo punto: «La trivellazione è una soluzione-tampone, non è strategica».
Però il vero tallone di Achille di tutto l'impianto dei Democratici è sempre lo stesso: le tasse. Obama non ha mai negato che le vuole alzare. Poi, alla convention, ha sfumato la sua posizione e ha dichiarato: «Taglierò le tasse per il 95% degli americani della classe media». A parte il fatto che gli americani che ricadrebbero sotto la scure del nuovo fisco di Obama sono molto probabilmente ben più del 5%, quella minoranza è la parte di popolazione più produttiva, tassata la quale si provoca, inevitabilmente, un aumento a cascata dei prezzi. McCain, al contrario, le tasse le vuole abbassare. Per tutti, non solo per i «poveri». Ha votato contro il taglio fiscale di George W. Bush, solo perché ad esso non corrispondeva un'analoga riduzione della spesa pubblica. Quanto al resto, McCain si è impegnato a porre il veto per ogni aumento delle tasse, così come della spesa pubblica.
Il voto sarà quasi certamente influenzato più dall'economia che non dalle altre istanze, ma in America conta anche un altro fattore: quello umano. McCain è stato odiato dai compagni di partito perché è un uomo di ampie vedute, troppo democratico per essere un vero uomo di destra. E' per la regolarizzazione degli immigrati, si è sempre opposto alla tortura, che considera una «pratica che può essere sostenuta solo da chi non è mai stato in guerra». E per questo ha dichiarato di voler chiudere anche Guantanamo. Su tutto questo pesa il suo passato di prigioniero in Vietnam, cinque anni di gulag (1968-1973), un'esperienza che lo ha segnato profondamente e che può indurre gli americani a vederlo come un autentico eroe del suo Paese, ma che lo spinge ad essere più clemente di tanti suoi colleghi. Che il militare non lo hanno mai fatto. A compensare McCain c'è soprattutto Sarah Palin: cacciatrice, membro della National Rifle Association, cinque figli (di cui uno accettato pur sapendolo affetto da sindrome di Down), favorevole all'insegnamento delle teorie creazioniste nelle scuole, è la perfetta figura-simbolo della destra religiosa. E anche di quella libertaria: si è sempre opposta all'establishment di Washington e del suo partito. In gioventù era federalista al punto di avvicinarsi alla causa dei secessionisti dell'Alaska.
Barack Hussein Obama, speculare e opposto a Sarah Palin, è la quintessenza del liberal urbano: colto, primo presidente nero della Harvard Law Review, non ha fatto il militare e ha un passato cosmopolita. Padre kenyota e madre libera pensatrice, è cresciuto tra Hawaii e Indonesia, per approdare solo successivamente all'America continentale. Si era detto che fosse musulmano, ora non lo si dice più ma lo si pensa ancora. E lui stesso lo ha appena detto in un lapsus, subito corretto. A chi insiste a chiamarlo con il suo secondo nome (Hussein) o lo raffigura con il turbante, risponde a suon di querele. Per gli intellettuali della sinistra americana è semplicemente perfetto. Non solo è il primo candidato afro-americano della storia americana, ma risponde a tutto ciò che i liberal hanno sempre voluto: è pro-aborto, per i matrimoni gay, per l'intervento statale contro le discriminazioni sul lavoro (affirmative action), contro il porto d'armi libero. Perché rappresenta tutto ciò che può «redimere» l'America dalle sue presunte colpe. Come Obama è speculare di Sarah Palin, l'anti-McCain in realtà è l'anziano Joseph Biden. L'uomo che, mentre McCain era ancora prigioniero in Vietnam, arrivava in Senato con un programma di distensione con l'Urss. Ha sempre votato contro ogni inasprimento del confronto militare, era a favore del dialogo anche nei momenti peggiori della guerra fredda. In compenso, sciolta l'Urss, aveva in mente un programma ambizioso per democratizzare le repubbliche ex sovietiche che faceva il paio con quello del finanziere/filantropo George Soros. Nel 1992 dichiarava: «La sicurezza collettiva oggi deve inglobare non solo la sicurezza delle nazioni, ma anche quella dell'umanità in un ambiente globale che risulta vulnerabile ai cambiamenti debilitanti causati dagli stessi sforzi dell'uomo. Perciò predisponendo il programma delle cose che l'America deve fare per un nuovo ordine mondiale, dobbiamo iniziare con un profondo cambiamento del pensare umano». Biden, proprio come Carter e i suoi consiglieri di politica estera, sostenne la rivoluzione iraniana contro lo scià di Persia, convinto che ne sarebbe nata una nuova democrazia. Quando fu la teocrazia a imporsi, si oppose ad ogni soluzione armata per liberare gli ostaggi dell'ambasciata americana di Teheran dalle mani del nuovo regime.
Mai come in queste elezioni, insomma, si sono confrontate due Americhe tanto diverse. Saranno gli americani a decidere il loro destino. Ciascuno di essi si sente parte di un Paese in profonda crisi. La soluzione per uscirne può essere il rassicurante duo democratico, che promette pace e uno Stato paternalista che protegge i più deboli. O il duo responsabilizzante repubblicano, che propone una forte difesa nazionale e uno Stato minimo che lascia libera l'iniziativa individuale di ogni americano. Tutte le pedine sono sulla scacchiera. Non resta che giocare.
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