Sarebbero state persone indignate e commosse gli autori dell'assassinio di Luigi Calabresi. Non si tratta di un'anonima, delirante frase letta su un muro, ma della dichiarazione di Adriano Sofri, autorevole intellettuale della sinistra, nonché condannato con sentenza definitiva in qualità di mandante di quella uccisione. «L'omicidio fu l'azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando nel sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Una teoria singolare, raccontata sulle pagine de Il Foglio, che giustifica, oggi come allora, un omicidio che si vorrebbe fare assurgere a vendetta contro un'ingiustizia.
A dare spunto alla polemica dell'ex leader di Lotta Continua è stato un articolo del giorno precedente, dedicato ad un incontro tra le vittime del terrorismo di tutto il mondo realizzato grazie all'iniziativa del segretario delle Nazioni Unite, firmato da Mario Calabresi, uno dei tre figli della vittima, bambino di due anni al momento dell'assassinio di suo padre, oggi corrispondente da New York di Repubblica. E' stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sofri, rompendo uno dei suoi fuggevoli silenzi, è sbottato con puntiglio e ha illustrato la sua lezione di storia. Innanzitutto ha chiarito, rifacendosi al dispositivo della sentenza, che l'omicidio Calabresi non fu un atto di terrorismo, ma un delitto tra privati. Peccato che la stessa sentenza non faccia testo, invece, riguardo alla propria colpevolezza, dal momento che Sofri continua a dichiararsi innocente senza fornire ulteriori contributi alle possibili verità nascoste dietro quell'omicidio.
Mario Calabresi, nel suo libro Spingendo la notte più in là, incentrato non solo sulla vicenda che segnò per sempre la vita della propria famiglia ma anche su quella di altri familiari di vittime del terrorismo, fa riferimento a «donne ed uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno». Nel suo libro ci ha regalato pagine toccanti che riguardano la propria infanzia senza un padre e testimonianze di familiari di vittime meno illustri, come il poliziotto Antonio Custra, o molto note quali il giudice Emilio Alessandrini. E' un concetto che riprende nel recente articolo che ha sollevato l'irritazione di Sofri, che non ci sta e spiega che «con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c'era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno». Forse dimentica che Luigi Calabresi non aveva dichiarato guerra a nessuno, ma esercitava da sei anni il suo mestiere, quello di commissario. La lezione di revisionismo storico si spinge oltre, arrivando persino a rilanciare le ripugnanti tesi sul ruolo attivo di Calabresi nell'indirizzare proditoriamente le indagini per la strage di piazza Fontana verso la pista anarchica, rivelatasi poi falsa. Sentenzia Sofri: «Per la strage di piazza Fontana furono accusati a torto in modo premeditato gli anarchici... Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza (di Pinelli, ndr) fu, non certo l'autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede» quando risulta appurato che ad ordinare il fermo degli anarchici fu la Polizia di Roma e non Luigi Calabresi, in servizio da quattro anni all'ufficio politico, sezione eversione, della Questura di Milano.
«Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali», ha dichiarato Giorgio Napolitano nel giorno del pubblico riconoscimento alle vittime del terrorismo. Ma l'appello non è stato raccolto da autorevoli opinionisti preoccupati dell'eventualità che Sofri non possa continuare ad esprimere le proprie teorie, nonostante i suoi scritti siano ospitati su diverse testate giornalistiche. «E' giusto che Adriano mantenga la sua libertà intellettuale» ha dichiarato Gad Lerner, ex di Lotta Continua. Un altro intellettuale, anch'egli ex di Lotta Continua, Luigi Manconi, ha rispolverato per l'ennesima volta la teoria del «contesto», già tirata in ballo per giustificare i massacri staliniani o i rapimenti in Colombia, per la quale l'assassinio, il reato, il fatto non va considerato in sé, ma inserito in un determinato contesto che lo possa in qualche modo spiegare (scrive Manconi: «Trovo corretto sotto il profilo storico, politico e morale richiamare il contesto in cui maturò quel delitto». Ed infine lo scrittore Erri De Luca: «La versione di Adriano deve essere considerata con lo stesso rispetto dovuto a quella che fornisce Mario Calabresi nel suo libro».
In mezzo a tutti questi commenti, altri silenzi, quelli di persone ammutolite dall'imbarazzo o dall'ipocrisia di non voler polemizzare con il maestro di storia. Nessuna discussione, nessun articolo su Repubblica, la testata su cui scrive Sofri e su cui è stato pubblicato l'articolo di Luigi Calabresi sulle vittime del terrorismo, ma soprattutto tanto silenzio da parte del Partito Democratico, che del resto ha in Sofri un interlocutore privilegiato, e del suo leader Walter Veltroni. Troppo impegnato ad indignarsi davanti alle dichiarazioni di La Russa sui giovani della Repubblica Sociale Italiana e di Alemanno sul Ventennio, non ha trovato il tempo per commentare la ricostruzione delirante dei compagni «con nobili sentimenti» che assassinarono Luigi Calabresi «in buona fede, credendo di compiere un atto di giustizia, mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime di Piazza Fontana». Ma questa è la lugubre storia che ha riscritto Adriano Sofri.
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