Il 16 settembre si è svolta la prima seduta plenaria della 63esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Per turno la presidenza tocca ad un paese dell'America Latina ed è stato scelto il Nicaragua che ha proposto per ricoprire la carica Miguel D'Escoto Brockman, consigliere speciale del presidente Daniel Ortega.
In America Latina D'Escoto è meglio noto come padre Miguel e così ama farsi chiamare. È infatti un sacerdote, per la precisione un sacerdote sandinista, teorico della teologia della liberazione. Per questo fu sospeso a divinis negli anni 80 da Papa Giovanni Paolo II. All'epoca in cui era ministro degli esteri del suo paese ha definito Ronald Reagan un «macellaio» e di recente ha accusato George W. Bush di essere bugiardo e di rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale per via dei suoi «atti di aggressione» all'Iraq e all'Afghanistan.
Nel suo discorso introduttivo padre Miguel ha detto che il mondo è in uno stato miserevole, guidato dalla pazza logica dell'egoismo e ha subito illustrato la propria ricetta per renderlo migliore: democratizzare le Nazioni Unite, riformando il Consiglio di Sicurezza, e conferire loro più potere, ad esempio valorizzando le decisioni dell'Assemblea Generale, attualmente non vincolanti per gli stati membri, e aumentando il peso dell'Onu in ambiti di solito riservati all'azione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
Chissà perché i terzomondisti, con poche eccezioni, e padre Miguel evidentemente non è una di queste, dimenticano sempre che Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale sono istituti delle Nazioni Unite. A parte ciò, rilevante nei punti programmatici della 63esima Assemblea è soprattutto la questione della democratizzazione dell'organismo che va considerata con estrema attenzione.
In chiusura della 62esima Assemblea Generale è stata votata per alzata di mano la decisione di avviare entro il prossimo febbraio la tanto attesa e discussa riforma del Consiglio di Sicurezza. L'idea alla quale padre Miguel da voce è che se le cose vanno male nel mondo e se le Nazioni Unite riescono a fare così poco per evitarlo dipende in gran parte dal fatto che il Consiglio di sicurezza è sostanzialmente in mano ai pochi stati che vi detengono un seggio permanente con diritto di veto, tre dei quali occidentali, e che in generale l'Onu subisce l'influenza decisiva dei paesi industrializzati a scapito di quelli in via di sviluppo. Per democratizzazione si intende dunque una riforma che metta tutti i continenti alla pari in modo da controbilanciare il potere dell'Occidente.
Il problema è che una riforma in tal senso in realtà minaccerebbe ulteriormente democrazia e diritti umani accrescendo il peso di governi autoritari e di società basate su valori e istituzioni che divergono dai principi espressi nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Non ci saranno più pace e giustizia sulla Terra se leader come Idriss Déby e Omar al Bashir, i presidenti-dittatori di Ciad e Sudan, avranno più potere all'Onu. Né si può sperare in un maggiore impegno contro discriminazioni, intolleranza e violenze istituzionalizzate se avranno più voce in Consiglio di Sicurezza popoli che ritengono ideale una società divisa in caste o in etnie e superiore per civiltà un sistema sociale fondato su istituzioni quali il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili e il prezzo della sposa.
Per le stesse ragioni anche la proposta di rendere vincolanti le decisioni dell'Assemblea Generale va considerata con prudenza, tanto più che in questa sede, così come in Consiglio, vige il principio di attribuire un voto a ogni stato senza tener conto delle sue dimensioni. Quindi il voto della Cina, ad esempio, con 1,3 miliardi di abitanti, e quello della Mauritania, poco più di tre milioni di anime, hanno lo stesso valore. Questo fa sì che vengano approvate risoluzioni che in realtà non rispecchiano la volontà della maggioranza degli abitanti del pianeta, come è successo nel caso della moratoria della pena di morte. Come si ricorderà, è stata votata da 104 stati su 192. Ma i 54 voti contrari, senza contare gli astenuti e gli assenti, equivalevano a oltre quattro miliardi di persone.
In più è difficile sostenere che i portavoce di Cina e Mauritania esprimano davvero il volere dei loro connazionali: la Cina continua a essere in mano a una dittatura di partito e un colpo di stato ha appena consegnato la Mauritania a una giunta militare.
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