freccia_long
Numero 523
del 21/05/2013
E l’Occidente si identifica con la causa libanese? PDF Stampa E-mail
! di Bernard Selwan El Khoury
el khoury@ragionpolitica.it
  
giovedì 02 ottobre 2008

In un articolo pubblicato il 30 settembre scorso su Ragionpolitica dal titolo L'egemonia di Hezbollah nella politica libanese, veniva posto un quesito importante, serio e allarmante: il Libano si sente ancora unito alla causa dell'Occidente? La conclusione cui è giunto l'autore, e a malincuore verrebbe da dire giustamente, è quella secondo cui il paese dei Cedri si sarebbe allontanato dalla causa dell'Occidente. L'autore del presente articolo invece, un libanese che crede nella causa del Libano e che allo stesso tempo vive e ama l'Occidente tanto da divenirne cittadino (italiano) a tutti gli effetti, tenterà innanzitutto di spiegare cosa si intende per «causa dell'Occidente» e dare una risposta al quesito sopracitato.

Il termine «Occidente» non si riferisce solamente a un'area geografica ma anche a un insieme di valori. La «causa dell'Occidente» è la democrazia, la libertà individuale, il pluralismo della stampa, la laicità dello Stato, eguali diritti e doveri. Questi valori erano da sempre radicati in Libano, un territorio di 10452 km2 situato all'interno dell'Impero Ottomano prima e circondato da Stati anti-occidentali poi. La causa dell'Occidente era quella del Libano e viceversa.

Si parta innanzitutto da un punto fisso con il quale orientarsi: è l'Occidente che ha dimenticato la causa libanese, e ciò è avvenuto nel 1975. Allora un gruppo di uomini liberi libanesi, poi definiti da alcuni occidentali «falangisti fascisti» o «estremisti cristiani», disse no alle armi con le armi: dissero no alle armi dei palestinesi; dissero no ai palestinesi dell'Olp che iniziavano a compire massacri nei loro villaggi; dissero no alla tirannia, e scelsero la libertà. Così come fecero i francesi con la monarchia assoluta, e gli italiani con il fascismo. Ma la memoria è breve, e fu così che i figli di quei francesi e di quegli italiani si schierarono con la causa palestinese, ma non con quella libanese. In quegli anni gli uomini liberi del Libano alzarono in alto le voci e chiesero il sostegno dell'Occidente, gli chiesero di appoggiare la loro causa, sostenendo che quella era una battaglia che si combatteva anche per l'Occidente, per i suoi valori. Ma quel sostegno non arrivò mai, e per non morire quegli uomini afferrarono la mano che strategicamente gli era stata porta da Israele. Oltre a «falangisti fascisti cristiani», quegli uomini e quelle donne furono anche definiti traditori.  Nel 1989 quegli uomini liberi si recarono a Taef, in Arabia Saudita, per stipulare gli accordi che saranno noti come gli «Accordi di Taef». Ma anche in quella circostanza, dopo 15 anni, l'Occidente non si sentì unito alla causa libanese, e pochi mesi dopo, in occasione della prima guerra del Golfo, la coalizione occidentale guidata dagli Usa permise alla Siria di controllare il Libano in cambio del suo appoggio contro l'Iraq.

Altri 15 anni passarono, e forse più per strategia che per un attaccamento alla causa, l'Occidente decise che il ruolo della Siria in Libano doveva finire. Il 2 settembre del 2004 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu emanò la risoluzione 1559 che chiedeva il ritiro di tutte le forze straniere presenti in Libano nonché lo smantellamento e il disarmo di tutte le milizie libanesi e non. Solo la prima parte della risoluzione fu assolta, ma necessitò di un sacrificio umano: quello di Rafiq Hariri, amico dell'Occidente. Due mesi dopo, nell'aprile 2005, vale a dire 15 anni dopo Taef e dopo 30 anni di occupazione, la Siria fu costretta a ritirare i suoi militari dal Libano. Allora non fu una semplice «stagione democratica» per il popolo libanese, come si legge nell'articolo L'egemonia di Hezbollah nella politica libanese e neanche un sentimento di vicinanza alla causa dell'Occidente. Al contrario, fu una stagione, breve ma intensa, in cui l'Occidente si ricordò che uno dei paesi modello per la democrazia in Medio Oriente era proprio il Libano. Pertanto, per una volta, fu l'Occidente a sentirsi unito alla causa del Libano, che da parte sua è stato educato a una vita di democrazia e non a una semplice stagione.

È da questo punto però che bisogna dare ragione a Stefano Magni, autore dell'articolo menzionato. La realtà è che oggi gli Hezbollah e i loro alleati sono al governo, le armi del Partito di Dio si sono moltiplicate, il movimento salafita-jihadista ha iniziato a colpire in Libano (e Siria) «alla irachena», e il regime di Damasco rispolvera il sogno mai abbandonato: il ritorno in Libano.

Detto ciò, è sbagliato affermare che «nessun partito si identifica più con la causa dell'Occidente», così come è giusta l'osservazione secondo cui «Hezbollah è riuscito nell'intento di canalizzare l'odio libanese verso un nemico esterno (Israele), facendosi passare per il salvatore della patria e della sua unità». Anche in questo caso l'Occidente, o parte di esso, ha sempre considerato Hezbollah più un partito in senso classico che un movimento armato in grado di tenere testa a Israele. Il Libano sta attraversando una situazione particolarmente delicata della sua storia. È da questo piccolo paese, ponte tra Occidente e Medio Oriente, che potranno nuovamente partire le ondate di democrazia, ma ciò non potrà avvenire senza l'appoggio e il sostegno dell'Occidente. Come 15 anni fa, oggi l'Occidente è chiamato a decidere della sorte di questo paese: uno Stato sovrano e indipendente o una provincia siriana?

Bachar al-Assad, pochi giorni fa ha dichiarato che il nord del Libano rappresenta  «una base per l'estremismo, pericolosa per la sicurezza della Siria». Il Ministro degli Esteri siriano, Walid al-Mouallem ha da una parte confermato che tra i due paesi vi saranno relazioni diplomatiche ufficiali prima della fine dell'anno, ma dall'altra ha dichiarato che la Siria da sola non è in grado di controllare i confini con il Libano, confermando così un intenso traffico di armi da e per il Libano. Saad Hariri, e con esso molti esponenti politici, ha letto in queste dichiarazioni una concreta intenzione della Siria a fare ingresso nuovamente in Libano, dopo che il regime di Damasco ha già schierato le sue truppe al confine. Secondo alcune fonti libanesi, soldati siriani sarebbero già entrate in territorio libanese, nel nord, ed avrebbero rapito Abdelkarim Zakaria, un pastore libanese, trasferendolo in territorio siriano. Da parte sua la Francia ha smentito qualunque sorta di semaforo verde per l'ingresso della Siria in Libano. Lo hanno confermato fonti francesi ufficiali al quotidiano Al-Sharq al-Awsat, sottolineando che il Libano deve rimanere un paese indipendente e sovrano. Va ricordato infatti che la Siria si è ritirata dal Libano in base ad una risoluzione dell'Onu, la 1559, che resta tuttora in vigore ed è confermata nella 1701. Inoltre Parigi ha cercato di riprendere il dialogo con la Siria in quanto, secondo la sua diplomazia, solo in questo modo ci si può avviare alla stabilità dell'intera regione, Libano incluso.

Dunque il nord è l'ago della bilancia dell'equilibrio libanese. Dopo l'invasione americana dell'Iraq, molti gruppi cominciarono a reclutare volontari per la jihad in Iraq facendoli transitare per la Siria. Fu proprio in quel momento che il regime di Damasco seppe manovrare quei flussi, e giocare questa carta nel momento opportuno.

Lo scenario si ripete. Nel 1976, a seguito dello scoppio della guerra in Libano, la Siria ritenne opportuno intervenire militarmente nel paese in quanto quella situazione minava la stabilità dell'intera regione e costituiva una minaccia per la Siria. A distanza di 32 anni, e dopo 3 anni dal ritiro, la Siria cercherà di ripetere quella manovra politica strumentalizzando gli ultimi attacchi terroristici. Può essere questa la chiave di lettura degli ultimi attentati che hanno insanguinato anche Damasco? Questa volta la storia sarà molto celere a dare una risposta. Lo scenario si ripete: gli Usa stanno attraversando una profonda crisi economica, il ritiro dall'Iraq è più una reale possibilità che un miraggio, e in Afghanistan la situazione tende a peggiorare e rischia di sfuggire di mano. D'altra parte Tel Aviv ha avviato negoziati indiretti con Damasco, dunque la Siria si è posta nuovamente al centro come unico tassello in grado di ricomporre il disordinato puzzle mediorientale. Quindi, come nel 1990, il rischio è che in cambio di una stabilità della regione, venga concesso il lasciapassare al regime di Damasco per rientrare in Libano.


 




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code

 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore: Alessandro Gianmoena, Aurora Franceschelli
Scrivi alla redazione © 2003-2013 Ragionpolitica Riproduzione riservata