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Numero 475
del 15/05/2012
Potenza del cinema PDF Stampa E-mail
! di Stefano Doroni
doroni@ragionpolitica.it
  
martedì 07 ottobre 2008

Le immagini, si sa, hanno più potere delle parole scritte. Non solo perché leggere fa più fatica che guardare una storia che si snoda sotto i tuoi occhi, ma perché oggi come oggi, nell'era dell'immagine onnipotente, il linguaggio visivo è il più consono soprattutto alle giovani menti, ai giovani cuori e alle giovani coscienze. Ora, il nuovo film di Spike Lee, Miracolo a Sant'Anna, dedicato all'eccidio nazista di Sant'Anna di Stazzema, fa venire l'orticaria al mondo partigiano, o almeno a quanto resta di esso soprattutto nelle file dell'ANPI. Il reato che si contesta al regista americano è più o meno quello di lesa maestà. E come mai? Semplicemente perché nel film non tutti i partigiani fanno bella figura, e inoltre il regista ha osato dire che non tutti i partigiani erano ben visti dalla gente. Potenza del cinema. Se Spike Lee si fosse limitato a scrivere un libro avrebbero fatto un po' di cagnara, a sinistra; ma forse non si sarebbero inalberati in questo modo. Ma al cinema vanno in tanti, più di quanti comprino i libri in Italia. E ci vanno i giovani: i sinistri non tollerano che essi possano sfuggire al loro indottrinamento. E così sbraitano ai quattro venti.

Ora, Spike Lee dice verità ovvie, poiché in ogni contesto umano compaiono le figure delle persone per bene, dei generosi, perfino degli eroi, ma anche quelle del traditore, del vigliacco e dell'individuo in malafede, del violento e del cattivo. Ma si dà il caso che la vulgata storica impostaci da decenni di imperio comunista sulla cultura italiana pretenda che tutti i partigiani fossero eroi; un po' come i cowboy e gli indiani: da una parte tutti i buoni e dall'altra solo i cattivi. Ci hanno fatto bere la favola bella che la resistenza sia stata una gigantesca, epica sollevazione di popolo contro il mostro invasore, e che dall'altra parte ci fossero solo belve assetate di sangue, i tristemente famosi «ragazzi di Salò». E facendo questo hanno taciuto omertosamente una semplice verità, che storici del calibro di Renzo De Felice hanno per anni quasi inutilmente raccontata, in mezzo al dileggio o alla calunnia generalizzati: che cioè dopo l'8 settembre in Italia si scatenò una guerra civile in piena regola, fra due fazioni partigiane. Partigiano, in fondo, non vuol dire altro che «schierato da una parte»: e le due parti, in quel conflitto interno, erano quella di Salò e quella della resistenza. Entrambe con le loro mire, i loro traguardi politici, i loro principi da difendere. Ora, fra i partigiani, cioè fra i presunti «buoni», la maggior parte - cioè quella legata al Partito Comunista - voleva soltanto togliere l'Italia da sotto lo stivale di Hitler per farla schiacciare sotto quello di Stalin. Che poi ci fossero settori della resistenza che combattevano esclusivamente per la libertà dell'Italia è innegabile: ma erano il settore democristiano e liberale della resistenza, parte decisamente minoritaria.

Cos'altro significa il concetto di «resistenza tradita», che si diffuse a lungo dopo la guerra, se non il rancore e la rabbia dei gruppi partigiani comunisti per non aver visto l'Italia inserita nell'impero sovietico? La guerra civile in Italia non è ancora finita proprio perché ci portiamo addosso una sorta di maledizione ideologica: per quanto i comunisti abbiano cambiato più volte casacca e bandiera, sono sempre quelli che avrebbero preferito per l'Italia il destino della Polonia, piuttosto che quello che ha avuto in realtà. È a causa di questo scorno mai digerito che l'antifascismo militante e pregiudiziale è ritenuto ancora oggi come una sorta di credenziale democratica. Avendo subito la cocente delusione di non essere sovietizzati, i comunisti non hanno mai chiuso quella triste pagina di storia italiana, anzi hanno continuato a proporsi in chiave antagonistica con le espressioni politiche e culturali che contrastavano i loro progetti. Bastava, e basta, tacciarle di fascismo per scatenare la caccia all'untore.

Per far funzionare questa impostazione culturale bigotta e bugiarda hanno organizzato il mito della resistenza attraverso la scrittura di un'epica, secondo canoni puramente letterari, da letteratura di consumo, proprio quella che agli spocchiosi di sinistra che riempiono salotti e atenei sembra non piacere affatto: i buoni da una parte e i cattivi dall'altra. E guai a chi tenta di opporre la verità alla mistificazione ideologica. Come ha fatto Spike Lee raccontando niente di più che una storia umana, con le sue luci e le sue ombre.

Ecco che quando succede qualcosa del genere quelli dell'ANPI si scatenano. ANPI e sinistra estrema, che poi è dire la stessa cosa. È storia nota che l'ANPI altro non è - e non è mai stata - che un'emanazione del Partito Comunista; fu per la sua deriva ideologica che a suo tempo se ne andarono elementi come Parri e Calamandrei; e fu per la stessa deriva ideologica che, spariti per banali motivi anagrafici molti membri originari, nell'ANPI furono inseriti anche giovanotti che niente sapevano di resistenza - e che niente avevano a che spartire con la guerra partigiana - ma avevano le credenziali politiche giuste. E così, ai nostri giorni, a protestare fuori dai cinema dove si proietta il film di Spike Lee troviamo rappresentanze da centro sociale, giovani comunisti da rivolta pacifista che cantano «Bella Ciao».

La scienza, si sa, procede grazie ai suoi errori e alla loro correzione: ben venga dunque il sano revisionismo della verità, che opportunamente riconduce nell'ambito della categoria umana anche i miti che si pretendono intoccabili. Revisionismo è De Felice, che parlava di guerra civile combattuta sullo sfondo di un paese fatto di una maggioranza di gente spaventata che non pensava altro che a sopravvivere, e non si preoccupava di Salò o di agguati partigiani, ma che semmai temeva tutti e due. Revisionismo sano è quello che ispira a Pansa i suoi libri che svelano le gocce del sangue dei vinti, vittime dell'odio feroce delle frange partigiane comuniste. Con un sano spirito revisionista, cioè scientifico, va accolta l'opera di Spike Lee, che è peraltro opera di fantasia, con tutte le concessioni che ad essa come tale si possono applicare. Che ci fossero cattivi soggetti anche fra i partigiani è normale: è il retaggio dell'umana imperfezione, con buona pace dei santoni di sinistra che continuano a raccontarci la balla della resistenza santa e pura. Triste però che, dopo averci liberati una volta dall'invasore nazista, ora tocchi ancora agli americani, per giunta nella persona di un regista di sinistra, dare un piccolo contributo per liberarci dall'ingombrante zavorra ideologica della bugia storica. Potenza del cinema.




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Commenti (1)
1. 08-10-2008 12:01
...questa mattina mi sono alzato ed ho t
Buondi', premetto che il film nn l'ho acora visto, ma la storia e' sempre quella. 
Quanti altri Pansa, Lee, Pisano' ecc. dovremo veder affondati da critiche ideologiche prima che ci si ponga veramente il problema della realta' storica di cio' che accadde nel nostro paese? 
E' ora di svincolare la storiografia dal dogma della religione della resistenza (o guerra civile, meglio) di come non fu decisiva per la liberazione d'Italia, e di come utilizzo' lo strumento della repressione Tedesca a fini di propaganda e proselitismo (si legga ad esempio Pisano': sange chiama sangue; oppure il triangolo della morte). 
 
Saluti
Scritto da Doctor

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