La crisi finanziaria di carattere globale che in queste settimane sconquassa le certezze economiche di molti individui e di intere comunità produce danni incalcolabili, a cominciare dal collasso della fiducia dei cittadini dell'Occidente, che al contempo sono consumatori e risparmiatori e quindi vengono colpiti doppiamente. Ma produce anche una ricaduta positiva, che possiamo riassumere sinteticamente nella riconduzione della sfera delle attività economiche all'interno delle dinamiche sociali. Per troppo tempo infatti, i «soloni» del Monetarismo hanno pensato che l'unico strumento utile per soddisfare le crescenti esigenze di un mercato finanziario dopato in funzione di una crescita senza limiti e di una pressoché perenne produzione di utili, fossero i «magici» algoritmi che i druidi della finanza (puri matematici prestati all'economia) realizzavano alla ricerca del «perfect yeld».
Un noto esponente di questa categoria, poi pentitosi per gli eccessi procurati, ha riassunto questi tempi di follia contagiosa, in una domanda provocatoria: avete mai visto farmers di 26 anni girare in Maserati, come avviene per i loro coetanei brokers finanziari? La risposta è ovviamente no! Eppure si è pensato per troppo tempo che gli operatori di una finanza che realizzava sofisticatissimi prodotti (dai derivati ai futures) assolutamente sganciati dal'economia reale, fossero un benchmark, ossia un punto di riferimento assoluto ed indiscutibile.
Purtroppo questa gigantesca bolla speculativa, nonché balla colossale raccontata a milioni di investitori, che non ha mai chiarito in che misura si andava in leva sul capitale per indebitarsi e quali fossero i prodotti reali sottostanti in quella giungla di titoli, azionari ed obbligazionari, ha investito anche l'economia reale, soprattutto nella sua dimensione produttiva, visto che, per seguire questo trend, le imprese si sono attrezzate per produrre in quantità che non potranno mai trovare riscontro nella capacità di acquisto reale dei consumatori, o nella capacità di assorbimento del mercato stesso.
Insomma, anche questa volta, sganciandosi dalla dimensione umana e sostenibile, molte società occidentali hanno ipotecato il loro futuro, salvo poi ricredersi repentinamente e riscoprire, meglio tardi che mai, le teorie le tesi e le proposte di coloro che da anni ormai sostengono come si debba tornare a riequilibrare le istanze della crescita economica con quelle del progresso sociale. Il capitalismo nasce per remunerare il lavoro, il rischio e l'intelligenza di chi intraprende, ma sempre in proporzione con il capitale investito: quello che abbiamo visto all'opera in questi ultimi due decenni è solo malcostume speculativo. È stato il culto dell'«issimo» a discapito di una ragionevole prudenza.
Oggi, di fronte alla prospettiva reale di un impoverimento strutturale delle nostre stesse società abbiamo il dovere di ricondurre la sfera economica all'interno del processo sociale, recuperando la proporzione e l'armonia che abbiamo perso recentemente e lo potremo fare solo nella misura in cui cominceremo a considerare compiutamente i limiti ambientali ed il rispetto per la dignità umana che sembriamo aver così frettolosamente dimenticato. Seguire in via preventiva l'esperienza neo keynesiana, o gli insegnamenti di Georgescu Roggen, potrà far storcere il nasino a chi li ritiene arnesi concettuali del passato, ma consente di investire ex ante nella regolazione degli eccessi del mercato, per evitare ex post che gli interventi siano infinitamente più onerosi e purtroppo forse neanche risolutivi.
L'Italia in questo ha un ruolo da giocare di grande portata: soprattutto ora che si appresta a guidare il G8, potrà proporre infatti un modello di sviluppo per l'intero Occidente basato sul meglio della propria tradizione. Se è vero come è vero che historia magistra vitae e che, come diceva Fernand Braudel «essere stati è una condizione fondamentale per poter essere», ecco che il nostro patrimonio di esperienze e di equilibrio fra la dimensione individuale e quella sociale può divenire un modello.
Gli italiani, innanzi a questa crisi epocale e di sistema, hanno dimostrato ancora una volta l'importanza della forza delle proprie radici e della loro relativa saldezza: improvvisamente il destino ci mette in una inaspettata condizione di vantaggio, tocca a noi coglierla per dimostrarne urbi et orbi e il valore.
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