Esce oggi, presso Cantagalli, il libro di Raffaele Iannuzzi intitolato «Il suicidio della modernità». Ne pubblichiamo parti dell'introduzione.
Questo è un libro sulla modernità. Un'apologia della modernità. Della sana modernità. Con una tesi secca: il nichilismo non è soltanto il nemico giurato della cristianità, ma anche della modernità. La cristianità e la modernità hanno in comune un nemico: il nichilismo. Ciò significa che la modernità non è affatto il teatro del nulla, lo scenario sul quale si incontrano e scontrano le maschere della negazione della verità, le ombre diaboliche della menzogna sull'uomo. La modernità ha molte facce e molte pieghe interne ed è soprattutto un gioco di sovrapposizioni, un prisma. I suoi chiaroscuri interni ci insegnano che la luce, quando la vedi, è una conquista della ragione e della libertà e non sta scritto da nessuna parte che tale conquista sia un'eredità minore rispetto al grande tragitto della cristianità.
Difendo la tesi secondo la quale il meglio della modernità appartenga alla fonte cristiana e che la modernità abbia spesso saputo avvalersi dei migliori apporti della cristianità. Il motto di Gesù «la verità vi farà liberi» racchiude in sé l'essenza della ricerca umana come tale. Una verità che libera non è soltanto una libertà da qualcosa, ma anche e forse soprattutto una libertà per qualcosa, per uno scopo. Questo scopo è l'incessante posta in gioco della ricerca moderna e ciò è testimoniato dal gigantesco patrimonio di filosofia, pensiero, teologia, opere e missioni prodotti da menti cristiane come Tocqueville, Rosmini, Newman, Blondel, de Lubac, Guardini, Balthasar, Del Noce. Una schiera di pensatori che hanno sempre pensato la modernità più come un problema che come la soluzione ad ogni problema, ricercando i legami della grande civiltà moderna con il valore assoluto della realtà e della tradizione cristiane. La stessa tradizione cristiana, poi, non è un ammasso di detriti bimillenari da dare in pasto ai cosiddetti tradizionalisti. Così si compie un duplice errore: si congela l'esperienza cristiana, da un lato, e si nega recisamente ogni bagliore di verità della modernità che, invece, è stracolma di ricerca del vero, del bello e del buono. Con il dogmatismo ideologico non si arriva da nessuna parte e la modernità merita qualcosa di più efficace.
Questo saggio intende attraversare, invece, il territorio sconfinato della modernità, rimanendo fedele alla sostanza della cristianità. Il suicidio della modernità riguarda, infatti, tutti noi moderni, tutti noi che siamo diventati dei «singoli», atomi che si incontrano e si scontrano, spesso alla ricerca della fede oppure al recupero della fede dei padri e dei nonni. Esiste un'autentica ricerca spirituale nel nostro tempo e fingere che ciò non ci riguardi o che non proponga un nuovo modo di concepire la modernità e insieme la cristianità è sbagliato. Al contrario, questo sentimento spirituale che attraversa l'età postmoderna deve essere indagato a fondo. Lasciare che questo patrimonio umano prenda speditamente la strada del suicidio significa chiudere ogni spazio alla ragione ed alla libertà. Significa censurare quel legame fecondo tra la ragione e la fede, ribadito costantemente da Benedetto XVI. Un atteggiamento così viziato da ideologismi è, di fatto, un clericalismo intellettualistico, il frutto mentale di quella cricca di intellettuali clericali fustigati a sangue da Péguy, il poeta e saggista cattolico visceralmente avverso, come chi scrive, a questa mistificazione ideologica, in sostanza una truffa culturale.
È necessario superare l'equivoco della scissione traumatica tra la modernità e la cristianità, perché esso ci impedisce di rileggere adeguatamente sia il percorso e, in parte, l'esaurimento del progetto della modernità, sia l'intreccio affascinante e sostanziale tra la cristianità e l'avventura moderna. Due gravi limiti analitici e culturali. D'altra parte, l'artificio ideologico di cui parliamo ha un'esistenza artificiale e conduce a censurare sia la cristianità come avventura della ragione e dello spirito, sia la sana modernità anti-relativistica e, di conseguenza, impegnata nella ricerca della verità non negoziabile sull'uomo. Ratzinger è il pensatore laicamente cristiano e cristianamente laico che più compiutamente è riuscito a pensare insieme la tradizione cristiana e la sana modernità. Alla ricerca del significato della vita, per dirla con Frankl. Proprio questa è la cifra specifica della sua laicità: interrogare la storia per approdare alla verità corrispondente al cuore dell'uomo. L'esito etico-politico di questa ricerca è l'umanizzazione della storia. La verità riconoscibile nella storia come suo fondamento è Gesù Cristo, cioè il Lògos, quel Dio che è amore, luce, ragione e libertà. Ratzinger ha superato l'antitesi cristianità versus modernità, l'equivoco diabolico che separa e scinde realtà che dovrebbero, invece, stare insieme, convivere. Il diavolo è, infatti, il separatore per eccellenza, colui che separa piani della realtà originariamente uniti, ed è un gran «loico», usa cioè la ragione per costruire piani strategici complessi in modo da confondere le menti, le anime e le acque, già di per sé torbide, della storia. Il diavolo abita nelle pieghe dei discorsi ideologici, è come l'Anticristo: usa le parole come clave e separa ciò che deve restare unito.
Dobbiamo allora dipingere un altro ritratto della modernità, non più secondo i canoni ideologici del razionalismo costruttivista e/o del relativismo nichilistico, bensì accogliendo il tratto artistico della creatività e della libertà. Libertà come sensibilità al vero, al bello ed al buono, i trascendentali di Tommaso d'Aquino. Un nuovo ritratto della modernità. Ecco cosa ci vuole, oggi. La modernità si sta, infatti, suicidando non soltanto per carenza di fondamenti assoluti, ma anche per la sua incapacità di essere se stessa fino in fondo, di seguire le sue origini umanistiche e liberali non anti-religiose. Di seguire, in sostanza, il metodo di osservazione umile e sottomesso alla realtà che fu il caposaldo di Tocqueville, nella sua lunga e fruttuosa permanenza nel Nuovo Mondo, gli Stati Uniti d'America. Come sapeva il matematico Alexis Carrel: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Il rifiuto di questa salda posizione sperimentale e sanamente laica, non viziata neppure in minima misura da tratti confessionalistici, isterilisce il percorso della modernità fino al sopraggiungere violento di un insostenibile nichilismo, traducibile in una sola «certezza senza verità»: non si crede più in niente. Si tenta di scaricare i dubbi, le angosce e le ansie esistenziali sulla tecno-scienza, senza, però, fare la fatica di aprirsi alla realtà complessa del proprio cuore. Cuore nel senso biblico del termine, cioè unità di affezione e ragione. Ma quando si rifiuta qualcosa, un pezzo della realtà, esso poi salta fuori come un tappo e sfonda la parete della vita. Ciò che si nega, si ingigantisce. Fuor di metafora: quando il Moderno si rinchiude nella «gabbia d'acciaio» dello svuotamento del senso della vita e della ricerca della verità come fondamento della libertà, allora il suicidio è alle porte.
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