C'eravamo tanto incollati sugli schermi delle banche ad alzare gli occhi, sorridendo, quando gli indici salivano su e poi ad abbassare gli occhi, imprecando, quando invece dominava il segno meno. Sembravamo i famigliari raccolti al capezzale del morituro capitalismo e alcuni, i pronipoti di Marx, avevano già pronti ceri e corone di fiori dopo aver ritirato i risparmi dalle casseforti delle banche. Tutte balle. Tutto finto. La crisi del capitalismo finanziario era un gigantesco effetto speciale che abbiamo scambiato per realtà. Perché, dopo tutto, non spezza il cuore vedere un rampante broker, magari col vizio della speculazione, preparare gli scatoloni e sloggiare dal suo lussuoso ufficio a Manhattan. Le quotazioni erano divenute come quei sintomi preinfluenzali che fanno paura solo perché precedono una febbre da cavallo e così appena la gola è arrossata subito scatta il panico. C'eravamo tanto rimbambiti a fissare le quotazioni correre sulle montagne russe che ora gira la testa - ma almeno siamo coi piedi per terra.
I fatti sono altri, e non hanno bisogno di effetti per stupirci. Basta sperimentarli. Allarme del Fmi: l'Italia a rischio di recessione nel 2008 e nel 2009. Anche Draghi manda un avviso forte e chiaro: le famiglie pagheranno il canto più salato. Qui non si parla di Spa, Opa e dividendi. Questa è sana e dura economia reale. Lavoratori, imprese, famiglie. Dal mal di gola si passa alla febbre alta - e non si può vivere quando l'organismo è malato dentro. Fmi più Draghi uguale allarme rosso. Chi ricompone allora i cocci dell'economia? Non è un quiz difficile. Tocca allo Stato, cioè al rappresentante di quelle stesse famiglie, imprese e lavoratori che pagheranno sulla loro pelle le acrobazie strampalate degli speculatori dal grilletto facile. Tocca allo Stato, cioè al governo, rimboccarsi le maniche. I progetti non sembrano mancare e soprattutto non manca quel classico pizzico di buon senso la cui assenza, finora, ha sempre reso così scialbe la politica e l'economia italiane. Attenzione alla retorica sul ritorno dello Stato. Va bene, lo sanno anche i muri. Ma non finisce qui.
Questo ritorno è la piena riabilitazione del valore e del senso della politica. Lo Stato in sé è come quei derivati finanziari - non esiste se non c'è un contenuto, un soggetto, un fine. La politica reale è questo: uno scopo, un bisogno, un senso. Non è Facebook. Il bello è che, a differenza degli indici di borsa che possono andare solo su o giù, la politica possiede un'enorme forza plastica con cui assume le forme più disparate. Si parla di un tavolo con governo, imprenditori e banche. Nessuno ha in mano la ricetta magica e questa apertura a nuove soluzioni è segno che le difese immunitarie funzionano bene. Ovviamente il rischio da scongiurare è che il ritorno dello Stato, che in Italia avviene in concomitanza col ritorno della sua autorità, si riduca ad un ritorno della sua idolatria. Lo Stato c'è, ma non sta fermo. Questo è sbagliato. La politica va benissimo. Ma la politica non è il barbiere di Siviglia che aggiusta tutto. Ci vogliono banche e imprese e anche i lavoratori, dopo che il sindacato avrà completato il suo corso di aggiornamento sulle trasformazioni del lavoro dal tardo Novecento ai giorni d'oggi.
Dunque, ben venga la politica che attrae le forze sociali in un nuovo sistema-paese. La creatività della politica è quella che, in ultima analisi, quando sono già crollati i mattoni di Wall Street, spazza via le macerie e ricostruisce tutto. Ad una condizione. La premessa è: siamo in crisi. Nessuno dice il contrario. La conclusione dovrebbe essere: non risparmiamo risorse, non lasciamoci legare dai vecchi lacci, fuori e dentro la testa. La crisi ha un dirompente effetto globalizzante. Tutto il mondo è travolto. Non reggono più le vecchie difese. Ergo: il ritorno dello Stato, che è il carro in cui ritorna la politica, ha bisogno del binario sgombro. Liberarsi dalla vecchia mentalità, dai vecchi schemi - ecco la condizione per il successo della politica e dello Stato. La finanza creativa è stata una iattura. Ma la politica creativa è l'unico rimedio. Anzi, in condizioni d'emergenza è forse l'estrema salvezza. Ma se la politica s'incastra nelle sue logiche di potere, si blocca il salvataggio e finisce male - per tutti.
Condividi questo articolo      
|