«In questa crisi dovremo navigare insieme o coleremo tutti a picco». È significativo il messaggio che il presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, ha lanciato al mondo a margine del settimo summit del Forum Europa-Asia (ASEM), tenutosi il 24 e il 25 ottobre scorsi a Pechino. La Città Proibita ha spalancato le sue porte a 43 capi di Stato e di governo - i 27 dell'Unione Europea e 16 asiatici - che si sono riuniti nel momento in cui i mercati finanziari di tutto il mondo sono scossi da turbolenze di hooveriana memoria. Avviato nel marzo 1996 a Bangkok con un vertice cui parteciparono i rappresentanti degli allora 15 Stati membri europei, la Commissione, 7 Stati membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) nonché la Cina, la Corea del Sud e il Giappone, negli ultimi dodici anni l'ASEM è divenuto il principale canale di dialogo multilaterale tra Europa e Asia, rafforzando l'interazione e la mutua comprensione tra i due continenti.
Tuttavia, mai come in questa particolare contingenza storica il vertice ASEM ha assunto un'importanza fondamentale, diventando il più importante mai organizzato, per due principali ordini di ragioni. Il primo è prettamente numerico-politico e riguarda l'apertura alla partecipazione di India, Pakistan, Mongolia, Romania, Bulgaria, nonché della segreteria dell'ASEAN. In tal modo, a Pechino si sono incontrati contemporaneamente quasi tutti i Paesi di Asia ed Europa, equivalenti a circa il 65% della popolazione della terra, al 60% degli scambi commerciali mondiali e a circa la metà del Pil globale.
Il secondo aspetto, di non minore importanza, concerne la contingenza finanziaria internazionale durante la quale il vertice ha avuto luogo, soprattutto per quanto riguarda la situazione europea. Rappresentando a Pechino un'Europa che, giorno per giorno, cerca sempre più di serrare i ranghi, Nicolas Sarkozy ha cercato tenacemente di convincere le potenze asiatiche ad aderire ai principi e alle azioni comuni adottati per sbarazzarsi della crisi il più presto possibile. Il Presidente francese voleva, infatti, amalgamare un blocco compatto di Paesi in vista del summit internazionale del G20 convocato per il 15 novembre a Washington, per impedire che anche questo vertice si trasformi in un mero foro di discussione.
La missione del Presidente francese è in parte riuscita. Da tutti è stata riconosciuta la necessità di riformare il più presto possibile il sistema monetario e finanziario internazionale; tuttavia sarà molto difficoltoso mettere in pratica ciò che è stato concordato sulla carta. I Ventisette vogliono che venga approvata una riforma reale e completa del sistema finanziario mondiale, una sorta di nuova Bretton Woods che apporti una regolamentazione e una supervisione vigorose ai mercati internazionali.
In Asia, d'altro canto, il senso di urgenza che opprime l'Europa varia secondo il grado di dipendenza dei singoli Paesi dall'economia mondiale. Soprattutto Pechino ha proclamato di non avere nessun interesse a lasciarsi influenzare dalla premura europea per aderire ad una riforma economica internazionale che potrebbe rivelarsi troppo costrittiva per l'economia cinese.
Senza averlo ancora annunciato ufficialmente, la Cina ha fatto chiaramente capire che parteciperà al summit del 15 novembre. Le diplomazie europee e il Quay d'Orsay si rallegrano per questa decisione di Hu Jintao: essa è sicuramente un piccolo passo in avanti verso la condivisione asiatica delle idee europee. Tuttavia, nelle Cancellerie del Vecchio Continente in molti si sono resi conto che l'Europa dovrà impiegare un sforzo diplomatico titanico per convincere Pechino a intraprendere dei passi concreti. Mai come adesso la via per Washington passa da Pechino. E la strada è ancora molto lunga.
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