Nel Gotha dei paesi produttori di gas, fino ad ora dominato dalla Russia, in prima posizione per riserve accertate, e dall'Iran, al secondo posto, si è aggiunto un nuovo protagonista, la Repubblica del Turkmenistan. Un'indagine sui giacimenti di gas turkmeni, commissionata dal nuovo governo di Ashghabat (succeduto alla fine del 2006 allo scomparso dittatore Nyazov) alla società di consulenza inglese Gaffney, Cline & Associates (GCA) ha affermato che i giacimenti del paese ex-sovietico potrebbero contenere da un minimo di 4000 miliardi di metri cubi ad un massimo di 14000 miliardi di metri cubi, rendendo il Turkmenistan di fatto la terza «potenza del gas» del pianeta. Se queste cifre ricevessero ulteriore conferma saremmo in presenza di un autentico colpo di scena nel complesso «Grande Gioco» che si sta svolgendo fra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo delle fonti e delle vie di transito del gas centroasiatico, i cui giacimenti si trovano soprattutto nel Turkmenistan, ma anche in Kazakhstan e Uzbekistan.
Fino alle recenti rivelazioni sulla reale entità dei deposti, infatti, sembrava che la partita per il trasporto del gas naturale turkmeno fosse stata vinta dalla Russia, che già durante l'estate del 2007 aveva concluso un accordo di massima con Turkmenistan e Kazakhstan per potenziare la rete di gasdotti già esistente, rendendo difficili le possibilità di successo del progetto «Nabucco», il gasdotto fortemente voluto dagli Stati Uniti e da alcuni ambienti dell'Unione Europea che trasporterebbe il gas turkmeno in Europa «bypassando» la Russia, un progetto peraltro in potenziale conflitto con il «South Strema», a larga partecipazione dell' Eni italiana. Ora, con una capacità dei depositi di Ashghabat molto maggiore del previsto i giochi sembrerebbero riaprirsi, prima di tutto per i sostenitori occidentali di «Nabucco», che potrebbero attingere direttamente a quei giacimenti senza dover pagare il dazio alla Russia.
La Russia da parte sua vede minacciato il suo quasi monopolio sulla distribuzione del gas centroasiatico verso l'Europa, anche se sa di avere almeno un paio di assi nella manica. Innanzitutto Mosca ha costruito negli anni una fitta rete di rapporti politici e commerciali con le Repubbliche ex-sovietiche dell'Asia Centrale, e ha maturato una conoscenza dei meccanismi di potere locali ancora non eguagliata dagli occidentali, che spesso non comprendono le complesse dinamiche locali, che vanno ben oltre alle inclinazioni apparentemente filo-russe o filo-occidentali dei governi post-sovietici.
Un'altra carta in mano russa è quella dell'instabilità dell'area del Caucaso, punto di passaggio obbligato per qualsiasi progetto di gasdotto che «bypassi» la Russia e stretto fra le ambizioni neo-imperiali moscovite e il cinico avventurismo militare di alcuni suoi leaders troppo frettolosamente arruolati fra gli «amici dell'Occidente». Si aggiunga a questi due punti il fatto che Mosca, benché pesantemente colpita dalla crisi finanziaria globale e dall'abbassamento dei prezzi del greggio, rimane ancora fra i primi paesi al mondo per disponibilità di riserve monetarie.
Le favolose riserve turkmene, come prevedibile, stanno già suscitando l'interesse della Cina, il «terzo incomodo» la cui China National Oil and Gas Exploration and Development Company (CNOGEDC) è già presente nei paesi produttori di Gas dell'Asia Centrale.
Questo Grande Gioco per il controllo delle riserve gasifere centrasiatiche a molti osservatori ricorda quello ben più famoso che coinvolse, fra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, i russi e gli inglesi per il dominio coloniale di quelle stesse plaghe, ma ciò che sfugge ai più è il fatto che oggi un altro protagonista è entrato nella partita: quella Cina che, con i suoi crescenti consumi energetici interni e la sua politica estera pragmatica e apparentemente discreta, potrebbe di fatto riuscire a scalzare dall'Asia Centrale tanto i russi che gli europei, per adesso troppo impegnati a mettersi i bastoni fra le ruote reciprocamente.
Russi ed europei devono tenere a mente che, a differenza di un secolo fa, oggi sono i Paesi dell'Europa (Russia compresa) a dover subire la pressione economica e demografica dell'Asia, tornata ad essere una protagonista a pieno titolo della Storia. Per questa ragione sarebbe auspicabile trasformare quanto prima questo «Grande Gioco» in un «Grande Accordo» fra noi europei occidentali e la Russia, per affrontare assieme le sfide comuni che ci aspettano.
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