Dal 2 ottobre e fino al 1 febbraio 2009 è in corso alla Fondazione Memmo di Roma presso Palazzo Ruspoli la mostra monografica Fantasmi da scacciare dedicata a Jean-Michel Basquiat (New York 1960-1988). L'esposizione, realizzata in collaborazione con la Fundatión Marcelino Botìn di Santander, si presenta ricca e ben strutturata: più di quaranta le opere dell'artista provenienti da Germania, Francia, Belgio, Italia, Austria, Svizzera e Stati Uniti, delle quali almeno dieci mai offerte prima al pubblico. Spiccano tra queste le tele «a quattro mani», create con l'italiano Francesco Clemente, esponente della Transavanguardia, e con il re della Factory newyorkese Andy Warhol, la cui amicizia, a partire dai primi anni '80, contribuì al successo del «wild child» Basquiat sulla scena artistica internazionale.
«Disgregazione» e «poetica del frammento». Queste le parole chiave non solo della produzione artistica del pittore, ma anche della sua stessa esistenza. Cresciuto in una famiglia appunto «disgregata» (genitori separati che si dividono i figli tra mille spostamenti nel complesso scenario metropolitano) Jean-Michel, esordendo già da adolescente come graffitista, riporta sulla superficie pittorica, qualsiasi essa sia - muri di palazzi, vagoni della metropolitana e lamiere, fino alle tele successive in tecnica mista - questo senso di lacerazione e di disgiunzione delle singole parti dal tutto. Una denuncia rabbiosa della propria situazione individuale - con ineliminabili cenni autobiografici - e allo stesso tempo della condizione universale, quella di emarginazione e ghettizzazione dell'Uomo Nero (non solo il negro ma più generalmente il diverso) nella società dei bianchi e della leaderschip borghese.
Le opere selezionate in mostra, dalla fine degli anni Settanta, quando l'artista si firmava con l'acronimo SAMO (ovvero «SAMe Old schit», la solita vecchia merda) fino alla drammatica morte per overdose di eroina a soli 27 anni, si focalizzano sul leit-motiv della frammentazione del corpo umano. Vittima da bambino di un incidente automobilistico che lo costrinse all'asportazione della milza, il piccolo Basquiat, che durante la degenza ospedaliera passava il tempo sfogliando le pagine illustrate dell'Anatomia del Gray, rimase colpito e per sempre turbato dall'articolazione del corpo umano per diversi elementi (tessuti, organi, ossa, arti), riconducibili appunto a singoli frammenti di un insieme precostituito e poi disgregato.
Nella trasposizione artistica tali «segmenti fisici» dell'esistenza - scheletri, teste, crani, braccia, gambe - riaffiorano costantemente, affiancandosi a reminescenze personali e a simboli collettivi (aerei, grattacieli, poliziotti, cartoni animati e comics; saturazione di © e corone), a singole parole o a intere frasi. Dalla lacerazione dell'individuo si passa automaticamente a quella della collettività nello sfilacciato tessuto sociale contemporaneo.
Non c'è più distinzione tra parola e immagine, tra superficie e medium pittorico. La singola opera è da considerarsi quindi in tecnica mista in tutto il suo insieme, per dare vita ad un messaggio - sempre memore dell'idioma graffitista - che non è tuttavia solo di denuncia, di urgenza, di precarietà. E'anche tentativo di recupero del baratro esistenziale attraverso la sublimazione della materia nell'arte, volontà di ricucire la lacerazione attraverso una sorta di esorcismo pittorico. E' la necessità di «scacciare fantasmi» (to repel ghosts), frase che sigla questa mostra e che dà titolo ad almeno tre dipinti: ovvero allontanare gli incubi generati dall'alienazione quotidiana. Così simboli e segni che sembrano aggrovigliati o giustapposti casualmente rivelano una coerenza inaspettata, dando vita ad un unico fluido linguaggio, terrificante, nuovo e allo stesso tempo immediatamente comprensibile all'uomo moderno/animale urbano.
Questa fluidità della superficie pittorica ci riconduce immediatamente a Cy Twombly, uno dei pochi autori di cui Basquiat ammise esplicitamente l'influenza, mentre il mixing del nostro «wild child» non può non ricordarci i combines di Robert Rauschemberg e Jasper Johns. La pittura graffitista di Jean-Michel, sottilmente citazionista, raccoglie così silenziosamente il testimone di esplorazioni artistiche precedenti, caricandole di energie esplosive e significati autonomi.
Crowns o Peso Neto (1981); Black Figure (1982); Elmar e il correlato Black Feathers (entrambi 1982); Tuxedo [Smoking] (1982); Reading with the Dead (1988), opera che - come l'Apollo e Marsia per Tiziano - può considerarsi una sorta di testamento artistico dell'autore. Questi solo alcuni dei lavori in mostra, emblematici per comprendere l'intricato percorso di Jean-Michel Basquiat. Una retrospettiva da non perdere quella della Fondazione Memmo, selettiva e al tempo stesso completa, che si focalizza su un preciso taglio interpretativo senza perdere di vista l'essenza più intima dell'autore. Si esprime così un Basquiat sempre up-to-date, che a vent'anni dalla scomparsa si rivela quanto mai attuale, quasi profetico, in una società multietnica come quella occidentale, dilaniata da conflitti interstiziali e tramortita dalla perdita di ogni riferimento.
Jean-Michel Basquiat, Fantasmi da scacciare, a cura di Olivier Berggruen.
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