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Numero 475
del 15/05/2012
Globalizzazione e libertà religiosa PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
lunedì 03 novembre 2008

Il Rapporto 2008 sulla libertà religiosa, realizzato dall'associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, fornisce uno spaccato della gigantesca crisi religiosa e sociale nel tempo della globalizzazione. Il Papa ha chiarito che la libertà religiosa vive delle prove durissime soprattutto in Iraq e India, ma non possiamo trascurare la Cina, Cuba, il Venezuela ed altre aree del Centro America. La globalizzazione ha molte facce, come sostiene padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, l'agenzia giornalistica del PIME. E' dunque necessario avere in testa un'idea di globalizzazione adeguata ai bisogni del nostro tempo. Se è vero che il crack finanziario mondiale colpisce duramente le società occidentali e non solo occidentali, è altrettanto vero che il massacro di migliaia di cristiani in India, a causa della violenza degli Indù, e la disgregazione di antiche comunità cristiane in Iraq sono ferite profonde alle società moderne e globalizzate. Se ne sono accorti, da tempo, i Radicali, che certo non hanno molto a che vedere con la Chiesa.

Ma il fatto è decisivo: se si distrugge la Chiesa, si distrugge un pezzo importante di società, mettendo così a dura prova la coesione sociale. Fu Bernanke, nel 2007, a parlare della crisi finanziaria americana come di un volano della disgregazione sociale. Il cuore della vita sociale è la coesione sociale. Se le comunità, da un lato, sono in crisi perché non ce la fanno economicamente, dall'altro sono minate nella loro identità, perché ammazzano cristiani come mosche e sradicano chiese come se nulla fosse, la globalizzazione rischia di diventare, nell'immaginario collettivo, più una gogna che una condizione di sviluppo. La crisi dell'immagine della globalizzazione - vulnerata dal crack finanziario e dallo sradicamento delle tradizioni religiose - è un aspetto della stessa globalizzazione. Tutto si tiene.

Il Rapporto indica i luoghi «caldi» dell'attacco alla libertà religiosa e tra questi vi sono, oltre a quelli già citati, l'Eritrea, con non meno di 200 mila detenuti per ragioni religiose, a partire dal maggio 2002, e la solita Arabia Saudita. L'Eritrea è una nostra vecchia conoscenza coloniale ed è forse il caso di ricordare che non esiste solo la Libia, dotata di fondi sovrani, sì, ma priva di luminose credenziali in materia di diritti umani (checché ne dica l'ONU) e libertà civile e religiosa. Non di solo pane vive l'uomo globalizzato, ma anche di tradizione  e fede religiosa. Si parla, da anni, di governo della globalizzazione; da un certo punto di vista, si tratta di una formula astratta, ma una cosa è certa: per renderla più concreta, non si può mettere tra parentesi la pietra angolare dei diritti civili, la libertà religiosa.




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