Più passano i giorni, più aumentano i necrologi di aziende che questa crisi nera ha stecchito. Ma c'è un altro settore aziendale che ormai è in piena crisi: i parlamenti. Una volta erano il simbolo della democrazia. Poi sono diventati un buco nero che ha inghiottito il potere. Oggi sono emarginati da crisi globali che non seguono gli ordini del giorno e da leader politici che non hanno bisogno di discutere per prendere le decisioni. Sarkò, Obama, Merkel, Berlusconi, Zapatero, Putin, Brown, Clinton. I titoli dei giornali sono sempre concentrati su questi nomi, cioè su uomini e donne in carne ed ossa. Non si parla più il linguaggio delle ideologie, non si usano più le sigle dei partiti come soggetto delle frasi. La notizia diventa una cronaca e la politica una sfida tra il leader e la realtà. Questo vuol dire che l'attenzione cade sulla responsabilità personale del leader. E' Obama che sceglie di ritirare gli Usa dall'Iraq ed era Bush a varare il piano di aiuti per l'economia americana. Era Sarkozy a tenere il pugno duro contro le rivolte nelle banlieues ed è la Merkel a tenere insieme una coalizione che contraddice i princìpi delle ideologie. La politica non è più una lotta di idee universali, ma tra persone concrete.
E' la piena affermazione del primato della persona rispetto alla struttura. Non contano i partiti e i sindacati; non contano le istituzioni o gli apparati di potere. E' l'uomo che fa la politica. Il carisma personale non è solo la chiave per aprire le porte del potere. Spesso i grandi leader sono stati portati in trionfo dalle masse ma poi sono finiti ingabbiati nelle logiche delle istituzioni. Sono finiti i tempi in cui il partito era il soggetto e l'uomo politico, persino un segretario di partito o il presidente di uno Stato, ne era il complemento oggetto. Quando il Pd chiede le dimissioni di Villari non ha ancora capito che i partiti non sono più una chiesa e i loro eletti non sono fedeli che si inginocchiano al cospetto della volontà divina di una segreteria di partito.
Il primato dell'assemblea era il simbolo di un'epoca storica, ormai conclusa, in cui il potere era disumanizzato nel «sistema». I parlamenti trionfavano quando la politica era questione di numeri, grandi alleanze e intese sottobanco, quando approvare un emendamento poteva sabotare un'intera legge oppure la scissione in un piccolo partito poteva costare la vita o la morte di un governo. Era l'epoca grigia in cui il fine della politica era la conservazione del potere, come un tesoro da custodire in cassaforte. La stessa immagine del parlamento fotografava la realtà di un perfetto anonimato dell'uomo politico, rinchiuso in quell'enorme spazio privo di una sua identità. Non è la corte del re nella stanza del trono. Non è nemmeno la piazza del mercato. E' uno spazio dove ogni seggio è uguale all'altro, perfetto simbolo architettonico che annichilisce ogni identità e ogni diversità, in cui lo spettatore non riesce a distinguere l'oratore di turno e dove manca un centro, un vertice, un comando. Nell'immaginario collettivo i bubboni dell'apatia e dell'antipolitica proliferano proprio nella critica spietata dell'inefficienza dei parlamenti, che vengono dipinti malignamente come persone che intascano lauti stipendi soltanto per pigiare un pulsante e muovere le labbra. Troppi soldi, troppo pochi servizi. Nella cattiva retorica dell'antipolitica c'è un fondo di verità. Infatti il governo può subire alti e bassi nella sua popolarità. Ma neppure il peggior ministro è fatto bersaglio delle accuse dell'antipolitica quanto lo è il deputato qualunque.
Non stiamo rotolando sul piano inclinato che conduce nel baratro della dittatura. Lo sviluppo imperioso della comunicazione ha messo il leader al centro del dibattito. Grazie ad internet è molto più facile sapere cosa sta facendo adesso Obama piuttosto che sapere quale legge è all'esame del parlamento italiano. In Italia qualunque cosa dica Berlusconi diventa subito di dominio pubblico. E' il Grande Fratello alla rovescia: dal comune cittadino al grande leader, l'occhio della tecnologia diventa un'arma di controllo della democrazia. Nelle confuse volontà dei padri costituenti il parlamento italiano avrebbe dovuto essere il ventre della democrazia repubblicana. Una volta incorniciata la Costituzione del 1948, che quest'anno compie sessant'anni portati malissimo, il parlamento acquisì presto la pessima fama di una donna dai lascivi costumi. Dagli albori fino agli spasmi di Prodi, il parlamento italiano è stato il covo di alleanze impossibili, dove si è mercanteggiata la sovranità popolare in cambio di favori personali e logiche di partito. E' stato il cimitero che ha insabbiato con ineffabile zelo ogni progetto di riforma. E' stato il luogo dove si è tramato per pugnalare ogni governo che non fosse supino rispetto alla prepotenza parlamentare.
Come dimostrato dalla Commissione di Vigilanza rai, anche se i partiti scendono di numero il parlamento continua ad andare in crisi. L'elezione di un presidente dell'opposizione con i voti della maggioranza è una contraddizione insostenibile. Produce soltanto una situazione di veti reciproci che è destinata, nel migliore dei casi, a neutralizzare entrambe le parti - quindi a dire tante parole ma a non fare niente di concreto. L'idea che una commissione di controllo sia controllata meglio dall'opposizione, che comunque fa parte del soggetto da controllare, cioè la Rai, è un'illusione da ingenui. Ma pur di continuare a credere in quest'illusione ci si espone a spettacoli indecorosi. Ecco allora che un uomo solo, non importa chi sia, può tenere in scacco le istituzioni. Oggi è Villari, domani toccherà ad un altro. Cambiano i nomi, ma non il problema: il parlamento come centro di potere autonomo non serve più alla democrazia.
I parlamenti possono ritrovare un valore solo se integrati in un sistema di poteri al cui centro è collocato il leader - e non più un'istituzione o un partito. Il diritto di parola, fondamento della libertà, non può più restare separato dal diritto del cittadino al buongoverno. Altrimenti le parole cadono nel vuoto.
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