Nei primi giorni di novembre il premier serbo Cvetkovic ha inaugurato a Krasnodar un forum economico rivolto ai partner russi, la cui presenza sul territorio serbo appare esser sempre più ingombrante. Secondo il premier serbo «la collaborazione fra i due paesi è in continua evoluzione», così come aumentano gli investimenti in previsione del futuro allargamento della lista dei beni soggetti a regime privilegiato di dogana. Sono molteplici gli accordi stretti con l'intento di ottenere un regime favorevole di scambio con il mercato russo, nel cui novero devono essere ricompresi beni prodotti e lavorati in Serbia. La fratellanza slava russo-serba oggi è ancor più intima, rinsaldata dalla delusione sulla questione kosovara, e forse ancor più orientata dal pragmatismo economico della Grande Madre Russia, impegnata a mantenere il primato geo-energetico nel Mediterraneo allargato. La Serbia, confine e crocevia di un più ampio interesse energetico, appare dunque, agli occhi dei commentatori, terra di conquista economica, dove i principali contendenti proiettano le proprie mire sullo snodo energetico, cuore dei Balcani.
E mentre la lotta internazionale infuria, fra accordi commerciali ed acquisizioni, a nord del Kosovo la situazione si fa via via più tesa: piccoli incidenti «domestici» si sommano ad attentati pianificati più o meno ad arte, dando infine una più chiara percezione del pericolo. L'inganno della pacificazione internazionale s'appresta a svelare la propria figura, gravida di contraddizioni ed informi soluzioni, tese alla pace a tempo determinato.
Tarderà ancora a dispiegarsi la missione europea Eulex. Il piano scandito in sei punti, negoziato da Onu e Belgrado ed orientato a garantire la tutela della minoranze e del patrimonio culturale serbo, è stato respinto dall'amministrazione albanese perché «lesivo» dell'autoproclamata indipendenza kosovara. Fonti dei media serbi ritengono improbabile l'avvicendamento della missione europea fino alla prossima primavera del 2009. Intanto, a Mitrovica, la tensione sale, gli albanesi kosovari accusano la Comunità Internazionale d'aver voltato loro le spalle e le abitazioni serbe, ricoperte da murales inneggianti all'Uck, danno l'idea di un cupo presagio di terrore che attanaglia la popolazione. Gli atti di sabotaggio e violenza perpetrati dal fronte di liberazione albanese nel '96 potrebbero presto avere nuova eco, scatenando la dura reazione della popolazione serba, stretta dalla più triste evidenza etnica di un pericoloso processo degenerativo, frutto di una pacificazione superficiale.
Lacerata l'unità culturale dei Balcani, la situazione rimane imbrigliata dagli accordi raggiunti in ambito internazionale, incapaci di garantire un nuovo processo di riconciliazione: i più, sfuggiti ad un passato oltremodo ingombrante, abdicano al fondante dovere di verità, abbandonandosi all'oblio della mitopoiesi nazionalista, soggiogando lo spirito critico ed il valore positivo della tolleranza. Storia e mito possiedono un grande valore in queste zone: di fronte al passato non si può fuggire, anzi... Che sia quello di un uomo comune o di un intero popolo, questo riemerge a tratti, quando richiamato, pronto a sedurre l'uomo con il mito del ricongiungimento o quello dell'indipendenza, confortandolo con un ricordo meno lucido e selettivo, molto più attraente rispetto alla delusione del presente. Eppure, l'amor patrio nei Balcani non si perdona. Memoria e mito, rimestati per ottenere un prodotto di verità alterne, furono adoperati per garantire un difficile processo di unificazione, negando, nei fatti, l'avvio di un dibattito costruttivo volto alla destrutturazione mitologica del nazionalismo.
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