La Turchia si trova al centro di tutte le questioni internazionali più scottanti. Dall'Europa agli Stati Uniti, passando per la Russia e le Nazioni Unite, non si può prescindere dal ruolo che Ankara esercita, come membro della Nato, tra Europa e Asia. La Turchia rappresenta perciò un importante banco di prova per il presidente eletto Barack Obama e la neosegretaria di Stato Hillary Clinton; infatti, da semplice senatore, Obama aveva partecipato, insieme al vicepresidente Joe Biden, ad una missione del senato Usa in Armenia, storica nemica di Ankara. Essere amici dell'Armenia significa essere nemici della Turchia e viceversa: spetta quindi a Obama far uso di una buona dose di polso e pragmatismo per evitare di inimicarsi in maniera netta la Turchia.
Tuttavia non c'è interesse, né da parte di Washington né di Ankara, a raffreddare gli ottimi rapporti tra Stati Uniti e Turchia. La strada da seguire per la continuazione di questa pluridecennale amicizia è quella tracciata negli ultimi otto anni da George W. Bush. Ankara può esercitare un ruolo positivo nei più svariati scenari internazionali che la riguardano da vicino. L'esempio da seguire è la mediazione che il primo ministro Recep Tayyp Erdoğan ha svolto in prima persona tra la Siria e Israele.
Ankara è un autorevole interlocutore per la risoluzione della crisi nel Medio Oriente: il fatto che la Turchia sia laica ma contemporaneamente musulmana, senza tuttavia mai cedere a qualsiasi forma di estremismo, è sicuramente un punto di forza per una mediazione efficace. Infatti, la Turchia è lo storico alleato di Israele nell'area mentre i rapporti con Siria e Libano nell'ultimo anno sono migliorati notevolmente soprattutto in funzione anti-iraniana: in Libano le milizie sciite di Hezbollah, legate a doppio filo con Teheran, costituiscono un serio problema di sicurezza interna e in questo si spiega l'avvicinamento del governo di Beirut ad Ankara, visto inoltre di buon occhio dal contingente Unifil. Con la Siria, il rapporto è ancora più solido: Damasco vuole allontanarsi da Teheran e trova nella Turchia un sostegno a questa linea. Lo «sdoganamento» della Siria dalla condizione di Stato-canaglia, culminato nella partecipazione alla conferenza dell'Unione Mediterranea a Parigi lo scorso luglio, è stato possibile grazie all'azione che la Turchia ha esercitato nelle cancellerie internazionali, e soprattutto in ambito Nato.
Oltre a questo scenario di azione principale, dove la Turchia è l'unico soggetto autorevole e super partes dell'area, Ankara svolge anche un ruolo notevole a fianco dell'Occidente nel supporto a Iraq e Afghanistan, e nel contrasto all'Iran: infatti, il governo turco aiuta Baghdad e Kabul nella ricostruzione e si pone come esempio di una democrazia che si può conciliare con la religione musulmana, costituendo l'alternativa alla teocrazia degli Ayatollah e contrastando le velleità di potenza nucleare di Teheran. In una situazione di questo genere è evidente come la disputa sull'ingresso della Turchia nell'Unione Europea rimane solo una questione «accademica», slegata dalla realtà e dalla complessità del ruolo che Ankara svolge nel contesto internazionale. Il punto non è dire «sì» o «no» alla Turchia nell'Ue: è dire «come» la Turchia può e deve cooperare con l'Europa.
Un allargamento tout court alla Turchia è pressoché impossibile ma anche una chiusura totale verso Ankara, come vuole Gordon Brown, non è percorribile; l'orientamento che oggi va per la maggiore è quello che da tempo propone il miglior alleato europeo della Turchia, l'Italia di Silvio Berlusconi. Il rapporto tra Bruxelles e Ankara si deve sviluppare a livello economico, con un aumento dell'interscambio commerciale, per determinare una reale condizione di benessere diffuso dei cittadini turchi e la penetrazione dei prodotti europei nel mercato di questo paese. L'Europa e la Turchia sono e continueranno ad essere amiche e vicine. Ma a nessuna delle due serve un surrogato artificioso.
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