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Numero 475
del 15/05/2012
Perché dobbiamo dirci cristiani PDF Stampa E-mail
! di Mario Secomandi
secomandi@ragionpolitica.it
  
venerdì 12 dicembre 2008

Autore: Marcello Pera pera_cristiani.jpg
Editore: Mondadori
Prezzo: 18 €
Pagine: 196

Relativismo, laicismo e nichilismo, prodotti della cultura politica della sinistra, hanno causato l'attuale crisi dell'Europa. Le istituzioni comunitarie si portano appresso un lampante deficit di rappresentatività e democrazia. La bocciatura per via referendaria del trattato costituzionale in Olanda, Francia ed Irlanda dimostra come esse non siano poi così tanto amate dai popoli. Ma perché l'unificazione istituzional-politica dell'Europa continua ad arenarsi e stenta a trovare completamento effettivo e definitivo? Perché l'Ue non decolla come grande soggetto ed attore geopolitico, ma sembra per certi versi soccombere di fronte ad altre potenze emergenti, come ad esempio Cina ed India? La causa risiede nel misconoscimento delle radici giudaico-cristiane quale fonte dei diritti naturali da parte delle autorità burocratiche e tecnocratiche delle stesse élites comunitarie. Senza identità comune, appartenenza e riconoscimento di principi di senso accettati da tutti non può che aversi lo sgretolamento della stessa comunità e società. Se l'Europa non frena questo processo auto-distruttivo, si vota al suicidio. Per risollevarsi ed assolvere al ruolo naturale che le spetta, ossia quello di essere faro di civiltà, anzitutto in casa propria e di riflesso nel mondo intero, essa deve riscoprirsi cristiana.

Le teorie di filosofi come Habermas e Rawls non reggono alla prova dei fatti: la tesi del cosiddetto «patriottismo costituzionale» non può funzionare, perché non è la mera redazione di una Carta costituzionale autonoma ed autofondantesi a creare identità ed ethos, ma il contrario. Sono cioè i valori pre-politici non negoziabili, i diritti naturali, che fondano uno Stato e costituiscono l'architrave di una Costituzione. Il nocciolo del liberalismo originario era tutt'altro che laicista. Anzi, esso rinveniva nel cristianesimo la base valoriale su cui costruire l'architettura statal-costituzionale. Il cristianesimo sta alla base del liberalismo. A tal proposito, si può rammentare come non a caso lo stesso Kant avesse ripreso la massima secondo cui la persona umana va trattata «sempre come fine e mai come mezzo». O si può pensare a Tocqueville, il quale notava come per essere autenticamente liberale una democrazia dovesse necessariamente essere impregnata di valori cristiani. Per non parlare del contemporaneo Maritain, il cui «umanesimo integrale» affonda le radici nell'autentico cattolicesimo. Insomma, al contrario di quanto professa il positivismo, lo Stato non è affatto tenuto alla creazione di diritti: esso deve soltanto riconoscerli come naturali e certamente proteggerli, promuoverli e vigilare affinché non vengano conculcati.

Non è con il multiculturalismo che l'Europa potrà e saprà far fronte alle nuove sfide, tra qui quella del confronto con l'Islam  e dell'integrazione delle cospicue masse di extracomunitari di religione musulmana. Bisogna stare massimamente attenti alle richieste islamiche di creare sul suolo continentale europeo delle zone enclaves in cui viga la shari'a. Non dobbiamo favorire ed assecondare la creazione di nuovi ghetti etnico-sociali. Affondano nel cristianesimo valori come la dignità inalienabile della persona umana, la società libera e ad un tempo solidale, il binomio libertà-responsabilità, lo Stato laico, la parità uomo-donna, la sacralità della vita, il rispetto dei più deboli, l'uguaglianza di opportunità ed il perdono degli erranti. Se non è possibile la conversione a Cristo, è almeno una «conversione civile» quella che dobbiamo porre a fondamento della concessione della cittadinanza europea. Nei paesi a regime islamico, per converso, troviamo un sistema totale dove Stato e religione si fondono e confondono pienamente, la sottomissione della donna, le mutilazioni genitali alle bambine, la poligamia, le pene corporali ai detenuti, lo status di dhimmi (cittadini di serie B) affibbiato ad ebrei e cristiani. In India sopravvivono le caste, specchio di un sistema tutt'altro che aperto, dove gli appartenenti alle classi e ceti inferiori devono restare tali essendo loro preclusa a priori la via di un riscatto e crescita socio-economica. In Cina ci sono ancora i «campi di lavoro» dove sono rinchiusi e vessati i prigionieri politici. Ma è possibile che la dittatura relativistica del «politicamente corretto» c'impedisca pure di poter dire che la civiltà euro-occidentale è assolutamente «migliore» di tutte queste altre?




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Commenti (1)
1. 28-12-2008 11:22
Carattere illuminato della tradizione po
Non riconoscere all'Europa lo status di continente politicamente e socialmente più evoluto significa implicitamente negarne il carattere di [I]civiltà illuminata[/I] tanto decantato dagli oppositori delle radici cristiane: un popolo che agisca secondo ragione, infatti, impara dai suoi errori; l'Europa - appunto - ha avuto i suoi ghetti e i suoi Lager, come adesso li hanno le altre civiltà; essa ha però capito (a sue spese) gli errori insiti in quelle prassi politico-sociali e le ha definitivamente eliminate, anche e soprattutto grazie alla tradizione autenticamente umana propugnata dal messaggio cristiano. Agli altri non rimane che imparare dalla nostra storia, a costo infinitamente inferiore: e un'eventuale adesione non equivarrebbe a vassallaggio culturale, bensì ad una scelta ragionevole, appunto [I]illuminata[/I].
Scritto da Carmelo Luca Sambataro

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