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Numero 475
del 15/05/2012
IL VENTO DEL NORD PDF Stampa E-mail
! di Gianni Baget Bozzo
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sabato 13 dicembre 2008

Comprendiamo perché il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, abbia proposto la fondazione del Partito Democratico del nord: la questione morale comincia dove comincia l'Appennino. Comincia in Liguria e in Toscana. E poi scende giù lungo lo Stivale, fino a Salerno e a Catanzaro, dove il caso De Magistris ha scatenato le procure una contro l'altra al punto da mandarsi reciprocamente i carabinieri alla ricerca degli indizi del reato. Credevamo che l'iniziativa di Chiamparino fosse una scelta politica, invece sembra piuttosto un «si salvi chi può».

Il punto più interessante delle situazioni subappenniniche è Firenze. Avevamo seguito con interesse la carriera dell'assessore comunale Graziano Cioni. Ci aveva dato l'impressione di essere un toscano realista attento al suo pubblico. Voleva difendere gli automobilisti fiorentini dall'attacco in massa dei lavavetri. Mise addirittura in imbarazzo il governo Prodi, ma fece capire a Giuliano Amato - che non a caso aveva scelto con intelligenza il dicastero chiave dell'esecutivo, gli Interni - la gravità civica del problema dell'ordine pubblico. Cioni aveva capito che su questo punto la sinistra rischiava di perdere il suo stesso popolo. Perciò aveva fatto il leghista toscano. Ora abbiamo capito che Cioni faceva anche dell'altro oltre ad attendere alle esigenze del suo popolo. Pensava agli interessi propri e aveva creato un suo circolo di potere di cui era il signore.

E poi, scendendo giù per l'Italia, assistiamo agli sfasci della sinistra e persino dell'Udc, che a Roma perde un suo rappresentante di grande impatto come Francesco Pionati. Adesso Pierferdinando Casini comincia a capire che lo stare in mezzo al guado non è cosa, e che l'etichetta cattolica ormai non si vende più in politica, il Vaticano stesso l'ha ritirata dal mercato.

I comunisti hanno pensato di salvare se stessi mandando a bagno la democrazia italiana. In realtà, facendo di se stessi il potere chiave della politica, hanno distrutto ciò che credevano di essere: la riserva morale del paese. Il loro segretario Enrico Berlinguer li aveva convinti di rappresentare al tempo stesso la rivoluzione e la moralità. Sostenevano un'etica di partito che andava oltre i confini dello Stato e della nazione. E così erano convinti che violare le leggi italiane fosse un diritto acquisito per chi voleva cambiarle in nome della giustizia. Credevano di poter essere doppi e integri a un tempo, l'esempio della moralità repubblicana e la quinta colonna della rivoluzione in Italia.

Il bello viene con i processi calabresi, con la guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro, che ruota attorno al «feroce Saladino». Secondo le notizie di stampa, egli avrebbe architettato un sistema bipolare che univa nell'interesse privato le differenze pubbliche. E dentro questa storia compare il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino. Non sono gli stracci che vanno all'aria questa volta, è il sistema di potere che i postcomunisti e i cattolici democratici hanno organizzato in Italia, che incontra improvvisamente la sua nemesi ad opera dei magistrati. Come sarebbe bello per i postcomunisti se il vero problema fosse Massimo D'Alema o Walter Veltroni! Peccato invece che essi siano entrati nel mirino dei magistrati. È per questo che Chiamparino si chiama fuori e sogna le brezze padane. Leghista per necessità, nell'intento di salvare una qualche immagine di pulizia nordica di fronte alla corruzione subappenninica.

(da Tempi del 12 dicembre 2008)




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