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Numero 475
del 15/05/2012
Occhio per occhio. In Iran questa č la legge PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
domenica 21 dicembre 2008

Pochi giorni or sono un tribunale di Teheran ha condannato alla perdita della vista un uomo di 27 anni colpevole di aver accecato Ameneh Bahrami, una giovane donna che aveva rifiutato di sposarlo. Il fatto risale a quattro anni fa. Un giorno Ameneh stava tornando a casa dal lavoro quando fu raggiunta da Majid Movahedi, il pretendente respinto, che le versò addosso dell'acido. I medici dovettero asportarle gli occhi temendo l'estendersi fatale di un'infezione. Ora Majid perderà i suoi che forse saranno corrosi proprio con lo stesso liquido da lui usato.

La legge coranica prevede infatti che il danno subìto da una famiglia con la menomazione o la morte di un suo componente sia compensato infliggendo una perdita di pari entità alla famiglia dell'autore del crimine: è la regola del taglione. Ameneh è d'accordo e lo pretende, ma, reputandosi persona civile, vorrebbe evitare il ricorso all'acido: «ho chiesto che gli venga tolta la vista, ma non con l'acido - spiega - sarebbe selvaggio, un atto barbaro, non mi posso comportare come lui».

Va detto che la sentenza potrebbe essere messa in discussione perché la religione islamica stabilisce che una donna vale metà di un uomo. In base a ciò, in certe comunità islamiche, la morte di una donna non può essere punita con quella dell'uomo che l'ha uccisa perché in tal caso i suoi parenti ne avrebbero un danno doppio rispetto a quelli della vittima. Avendo perso più di quanto è stato tolto, acquisirebbero una sorta di credito sulla famiglia lesa: per pareggiare i conti con equità, si ritiene che, invece dell'assassino, debba essere messa a morte una sua parente. Secondo la stessa logica, se una donna uccide un uomo, la sua condanna a morte non è sufficiente e occorre sacrificare una sua congiunta o trovare qualche altra forma di ulteriore riparazione.

Diverso è il caso se una donna viene uccisa dal proprio padre che è proprietario del suo sangue e dunque della sua vita. Il diritto di disporne a discrezione e perfino di togliergliela diventa dovere quando una figlia disonora la famiglia con il proprio comportamento. Persino in stati come la Giordania, in cui la stessa casa reale è impegnata da molti anni a combattere l'omicidio d'onore, le attenuanti previste dalla legge sono tali da permettere ai giudici di assolvere il padre assassino o condannarlo soltanto a pochi anni di reclusione: lo si ritiene vittima e non carnefice, a sbagliare è stata la figlia disobbediente e sconsiderata che ha compromesso il buon nome della propria famiglia. A decretarne la morte è sufficiente che sia stata sorpresa a parlare in pubblico con un uomo con cui non è imparentata oppure che sia stata vista deviare senza motivo dal consueto percorso tra casa e scuola o lavoro. Il sospetto di un comportamento illecito, anche infondato e non dimostrato, basta a giustificare la punizione estrema. Sempre in Iran, ad esempio, è in attesa di sentenza un padre che lo scorso febbraio, aiutato da alcuni amici, ha lapidato la figlia di 14 anni immaginando che avesse una relazione sentimentale a sua insaputa. Per le ragioni suddette, è quasi certo che sarà condannato a una pena inferiore a nove anni di carcere.

In effetti la sorte del giovane Majid è un'eccezione. Migliaia di uomini ogni anno - specie in Pakistan e Bangladesh - usano l'acido per punire donne ribelli sfigurandole e, con il favore dell'indifferenza quasi generale e della complicità dei molti che approvano il gesto, non vengono neanche arrestati. Allo stesso modo migliaia di donne bruciano vive nelle loro cucine, uccise dai mariti scontenti che non vogliono affrontare il fastidio di un divorzio o, in India soprattutto, arrabbiati per il mancato pagamento della dote promessa dal suocero al momento delle nozze. Si denuncia un incidente domestico e spesso la polizia finge di crederci. Succede così di frequente che il governo indiano, per contenere il fenomeno, ha disposto che, quando una donna muore entro i primi sette anni dal matrimonio per cause non naturali, si indaghi comunque sulla sua morte presumendo un omicidio per via della dote.

 




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