Si riaccende la violenza nell'enclave serba di Mitrovica: intolleranza ed esasperazione, dapprima celate e solo parzialmente scemate dietro buoni intenti di convivenza, tornano ora ad infuocare la regione a maggioranza albanese. Secondo le agenzie, una coppia di serbi sarebbe stata aggredita da un manipolo di nazionalisti di etnia albanese, ferita anche una giornalista dell'emittente televisiva serba Most. Mentre resta fermo a sette il bilancio dei vigili del fuoco feriti a seguito dell'esplosione di un ordigno fatto deflagrare durante le operazioni di salvataggio. I tafferugli, scoppiati mercoledì scorso a seguito del ferimento di un giovane serbo, restano l'evidente sintomo di un grave disagio interetnico, il frutto più maldestro di una concertazione euro-atlantica inadeguata.
Vetrine divelte, auto e caffè in fiamme mostrano lo scorcio brutale e più ostile della pacificazione «costituita a tempo determinato», eretta per sedare, a tratti, gli animi affranti della comunità internazionale o le rappresaglie interne alla regione contesa. Il portavoce della polizia di Mitrovica, Besim Hoti, invita alla calma, rammentando che Nato ed Eulex «hanno messo la situazione sotto controllo», schierati fra strade e vicoli «per prevenire nuovi scontri», «pattugliano la città», divisa dal fiume e dal risentimento. Il repentino dispiegamento di forze di pace pare infine aver normalizzato la situazione, forse anche nella vana speranza di interpretare il ruolo custode di una pace apparente e circoscritta al tempo.
Intanto Belgrado si mostra nuovamente critica nei confronti della missione europea, «incapace», secondo il governo serbo, di garantire «calma sufficiente ad evitare gli incidenti occorsi negli ultimi giorni». Anche il presidente serbo, Boris Tadic, ha inviato una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, esprimendo profondo rammarico «per la mancata prevenzione degli scontri», «a loro attribuisco - continua Tadic - la causa delle tensioni agli attacchi perpetrati dagli albanesi kosovari a Mitrovica».
La missione europea sarebbe, allora, colpevole perché inadatta «a reagire tempestivamente alle frequenti minacce degli estremisti albanesi». Il ministro serbo per il Kosovo, Bogdanovic, invita la popolazione di Mitrovica nord a non rispondere alle provocazioni, ma terrore e malsedata violenza riportano alla mente gli incidenti del 2004 ed allontanano sempre più il sogno della riconciliazione fin ora tanto osannata dalla Comunità Internazionale.
La comunità albanese, oramai esasperata dalla promesse di una classe dirigente distante e fin troppo protesa ai propri tornaconto personali, fa continuo richiamo a nazionalismo romantico, il mito patriottardo della Grande Albania. Lo spiegamento della nuova missione Eulex nelle sole zone abitate dalla maggioranza albanese ha donato loro la percezione di una sorta di separazione de facto della regione kosovara, recando grave pregiudizio alle speranze albanesi e provocando un iniziale risentimento avverso il governo di Pristina «un'eventuale annessione kosovara dell'Albania urterebbe gli interessi personali di questi signori». Incapaci, nella sostanza, di mantenere le promesse fatte alla propria popolazione, attraversano un forte calo nei consensi.
Ed, allora, più chiusa alla tolleranza o al compromesso, la componente albanese si accinge a dar nuovo lustro al revanscismo nazionalista nella confortevole prospettiva che solo le aspirazioni più distanti sanno donare all'animo umano: l'annessione alla lontana Albania. Cui forse, allo stato attuale, poco converrebbe dar asilo all'oneroso inquilino.
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