E' quantomai preoccupante rilevare come e quanto oggi il significato stesso delle parole sia stato distorto e ribaltato, al punto tale che locuzioni ed espressioni linguistiche una volta innocue o addirittura proficue, perché rispondenti ad uno standard comunicativo universalmente accettato e condiviso, siano divenute nocive, esiziali, disastrose. Pensiamo alle mostruosità generate dalla conculcazione forzata, nel gergo diplomatico internazionale, di un concetto all'apparenza legittimo quale quello della cosiddetta «autodeterminazione dei popoli». Un concetto che, qualora scisso da un sostrato culturale estremamente progredito e civile, ha dato campo libero agli obbrobri teratologici che imperversano nel continente africano così come a Ceylon o nel Myanmar. Pensiamo, ancora, alle «sanzioni internazionali» che l'Onu commina ogni due per tre alle entità statali di mezzo globo e che hanno un valore cogente solo e solamente per quegli Stati, una volta di più civili e progrediti, che riconoscono efficacia normativa ad un codice ben preciso sostanzialmente ignorato e deriso, tuttavia, dalla congerie di sedicenti Stati, più o meno canaglieschi, che si fanno scudo delle risoluzioni onusiane per mascherare e avvallare genocidi e vessazioni di varia specie, tutto in virtù della adamantina intangibilità del principio di «autodeterminazione dei popoli», o, più correttamente, del principio di «autosterminazione dei popoli».
E oggi, in relazione ai tanti «conflitti caldi», con particolare riferimento a quello israeliano-palestinese, pensiamo alla rentree in grande stile della «dottrina dell'escalation», già rivelatasi disastrosa quando applicata alla guerra del Vietnam. Senza nulla togliere alla capacità intuitiva di Herman Khan, principale ideatore di questa dottrina strategica (Herman Kahn, Thinking about the Unthinkable in the 1980s), il quale trasse spunto per concepirla dall'ipotesi di un conflitto nucleare su vasta scala, non possiamo che ritenere delirante una sua applicazione pedissequa ad un conflitto convenzionale. Questo, in prima istanza, poiché l'arma nucleare è da sempre stata considerata arma «politica» e non «militare» in senso stretto, e in quanto tale soggetta a regole di ingaggio assolutamente sui generis, abissalmente diverse rispetto a quelle proprie della guerra «tradizionale» o, peggio ancora, della guerriglia che, di per sé, ha una natura assolutamente asimmetrica. L'idea stessa che un conflitto asimmetrico (e quello vietnamita lo è stato così come quello israelo-palestinese lo è oggi) possa essere soggetto ad una sorta di normazione strategica, di rigido codice di ingaggio, si concretizza in un biglietto di sola andata verso la sconfitta, contrario ad ogni criterio marziale e, soprattutto, antropologico.
Il concetto di «risposta proporzionata», strettamente connesso alla dottrina dell'escalation, dà luogo ad un paradosso che potremmo addirittura considerare antievolutivo: del serpente si schiaccia immediatamente la testa per renderlo innocuo, non si attende il primo morso per pestargli, delicatamente magari, la coda. Perché quando questo accade è già troppo tardi: il veleno è entrato in circolo, e la capacità offensiva del rettile non è stata in nulla compromessa, garantendogli la ingiustificata possibilità di mordere una seconda, una terza, una quarta volta. Poco importa se alla fine il serpente muore (di noia probabilmente...), poiché il danno prodotto risulta ormai irreparabile e i costi umani, sia diretti che collaterali, hanno annichilito la capacità reattiva dell'incauto «cacciatore»...
Più correttamente si dovrebbe parlare di «risposta efficace», ovvero volta a obliterare senza remore la minaccia al suo presentarsi. Anche perché alla fantasiosa idea di «risposta proporzionata» segue un ulteriore paradosso, stavolta diplomatico: dovremmo immaginarci un tavolo di trattativa cui partecipano il ministro della Difesa israeliano e un volenteroso emissario di Hamas per accordarsi su «un numero accettabile» di uccisioni giornaliere al fine di mantenere «proporzionate» minaccia e risposta alla medesima, una sorta di straniante e disumana burocratizzazione del body-count. Vi sembra forse razionale?
A questa problematica serie di paradossali scatole cinesi dà inaspettatamente risposta il Dr. House quando, in un recente episodio, dice ai suoi collaboratori, col suo solito cinico sarcasmo: «Tre cavernicoli stanno preparando la cena, quando ad un tratto si vedono correre incontro tre individui che brandiscono furiosamente lance e mazze: uno dei cavernicoli scappa, l'altro mette mano alla sua lancia e li aspetta e il terzo li invita a condividere focaccine alla crema. Secondo voi chi conserverà per il tempo necessario la propria capacità riproduttiva?»
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