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Numero 475
del 15/05/2012
A tutto Picasso! La varietà proteiforme del genio PDF Stampa E-mail
! di Geraldina Polverelli
polverelli@ragionpolitica.it
  
venerdì 16 gennaio 2009

A più di cinquant'anni dall'ultima retrospettiva italiana dedicata a Pablo Picasso nel 1953 - e tenutasi sempre a Roma presso la Galleria nazionale di Arte Moderna - la capitale accoglie nuovamente il pittore con una delle esposizioni più affascinanti, a livello europeo,  di questa stagione culturale. Se l'esposizione del ‘53 tentava in qualche modo una summa dell'opera dell'artista all'epoca ancora in vita, la mostra «Picasso. L'Arlecchino dell'Arte. 1917-1937» - attualmente presso il Complesso del Vittoriano fino all'8 Febbraio 2009 - si offre al grande pubblico con un differente, mirato obiettivo: presentare il maestro spagnolo evidenziando la varietà della sua produzione, caratterizzata sempre e comunque da un inestinguibile carisma. Il rivelarsi di una travolgente personalità che non si arresta davanti ad alcun vincolo artistico, che sia di tecnica, di tempo, di stile.

L'intervallo di tempo compreso tra le due Guerre è quello forse più ricco della sua intera produzione. Esso ha inizio nel febbraio del 1917, quando Pablo arriva a Roma con l'amico Jean Coucteau per realizzare costumi e scenografie del balletto cubista Parade in scena al Teatro Costanzi (oggi Teatro dell'Opera). Da questo momento Pablo - affascinato non tanto dai musei, quanto dalla peculiare atmosfera italiana - comincia a recuperare una sorta di neoclassicismo, che però non si sostituisce al precedente cubismo bensì si compenetra con esso. E lo stesso avverrà successivamente con il surrealismo, nel 1925, e ancora con la «pittura della tradizione» di Matisse, sulla scia di Cezanne, Van Gogh e Gauguin, a partire dai primi anni Trenta. Anche qui non si tratta mai di sostituzioni di stile, ma sempre di integrazioni o interpretazioni diverse anche di uno stesso soggetto. E' come se Picasso maturi a partire dal '17 una nuova coscienza artistica e una più forte libertà creativa che gli permettono di attingere da una o dall'altra fonte e di esprimersi con modalità differenti a seconda dell'ispirazione, indipendentemente dal momento.

Così anche l'Arlecchino che alla nostra expo dà il titolo - uno dei soggetti prediletti da Pablo, da lui reinterpretato per ben più di settant'anni a partire dal 1901 e di cui sono presentate al Vittoriano ben quattro versioni (l'Arlecchino classico, ovvero il Ritratto di Leonice Massine, eseguito a  Roma nel 1917, Barcellona, Museo Picasso; l'Arlecchino Suonatore, cubista, del 1924, Washington, National Gallery of Art; l'Arlecchino astrattista del 1927, New York, Metropolitan Museum of Art; la Testa di Arlecchino surrealista, ancora del '27, attualmente in collezione privata) diventa il simbolo dell'attività proteiforme dell'artista. «Arlecchino come tema e al contempo come metafora di Picasso stesso», spiega bene Yve-Alain Bois, erede di Panowsky alla cattedra di Storia dell'Arte dell'Università di Princetown (New Jersey) e curatore della mostra.

In tutto 180 opere tra olii, sculture e disegni, provenienti dalle più prestigiose raccolte pubbliche e private di tutto il mondo, offrono al pubblico una panoramica  esemplare della creatività multiforme dell'artista. Tra di esse ricordiamo L'Italienne, realizzata a Roma - come il succitato Arlecchino, Ritratto di Leonice Massine - attualmente in Collezione Buhrle a Zurigo e per la prima volta in Italia dal 1917. E ancora : La lettrice del 1920 (Parigi, Centre Pompidou); le Due donne alla finestra del 1927 (Houston, Museum of Fine Arts); la Donna che gioca sulla spiaggia del 1928 (Collezione privata); lo Studio del 1934 (Bloomington, Indiana University Art Museum); la Donna che piange con fazzoletto del 1937 (Riehen/Basilea, Fondation Beyeler). Nonché la serie completa delle cento incisioni costituenti la cosiddetta Suite Vollard, realizzate tutte tra il 1930 e il 1937 e dal 1957 esposte a Ottawa presso la National Gallery of Canada.

La frase  «Io non cerco. Trovo», una delle più celebri dello stesso Picasso, rappresenta ed esplica al meglio la fertilità del suo ingegno e la sua trasformistica produttività.  Picasso non ha mai seguito mode, movimenti, impulsi: li ha reinterpretati personalmente, rielaborati e generati con un afflato ed un'energia sempre nuovi. Il suo e' un magma creativo e produttivo che ingloba, incorpora stili diversi volgendoli ad una ricerca costantemente innovativa, anche nell'ambito di un medesimo tema. E' una melodia seducente, un novello canto di Orfeo, che attrae e ipnotizza sia un vasto pubblico che altri artisti  traghettandoli a lidi ulteriori. Definire, incasellare l'arte del maestro non è difficile; è piuttosto impossibile, quanto mai inutile. Si può mettere il guinzaglio ad una farfalla?  Scomparso nel 1973 a 92 anni, egli ha dedicato la propria esistenza all'arte nonché viceversa, in un nodo sincretico di bios, eros e tanatos i cui fili sono sostanzialmente indistinguibili.  

Dalle sale del Vittoriano si esce con gli occhi nutriti di colori, ombre e vivacità, di pulsante entusiasmo artistico. Pablo s'insinua nell'iride ma esplode nel cuore imprimendo nell'anima la sagoma dell'Idea. E' questo il segno dell'imperitura modernità del genio.  




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