È tornata a scuola in questi giorni Shamsia Hussein, la studentessa di Kandahar, Afghanistan, aggredita lo scorso novembre per strada da alcuni uomini che le hanno gettato addosso dell'acido provocandole lesioni al volto e danneggiandole la vista. Nelle settimane successive le 1.300 allieve della sua scuola erano rimaste a casa per timore di subire la stessa sorte e hanno ripreso a frequentare le lezioni solo dopo che le autorità cittadine si sono impegnate a moltiplicare controlli e vigilanza.
Quello di Shamsia infatti non è un caso isolato, altre studentesse e anche delle insegnanti sono state aggredite prima di lei. Dove più forte è l'influenza dei talebani e delle tradizioni tribali, l'istruzione scolastica delle donne è considerata un'intollerabile fonte di corruzione: per le strade e nelle moschee di Kandahar sono affissi manifesti con su scritta la frase «non mandare le tue figlie a scuola» e in tutto il paese sono già stati incendiati centinaia di istituti femminili.
Accade lo stesso in Pakistan. Nella sola valle della Swat, al confine con l'Afghanistan, 400 scuole private femminili si vedono costrette a prolungare almeno fino alla fine di febbraio le vacanze invernali - lasciando a casa oltre 80.000 allieve e 8.000 insegnanti - dopo gli attentati che il 19 gennaio hanno fatto esplodere ben cinque edifici scolastici. A dicembre i portavoce delle organizzazioni islamiche fondamentaliste locali avevano minacciato di uccidere le studentesse che fossero tornate in classe il 15 gennaio, dopo le vacanze. Nessuno dubita della serietà della minaccia dal momento che nell'ultimo anno le scuole femminili distrutte nella regione sono state più di 100.
Di violenze di altro genere sono vittime le bambine in Africa. Gennaio, anche in quel continente periodo di vacanze, è il mese tradizionale per l'esecuzione delle mutilazioni genitali femminili, inflitte ogni anno a circa due milioni di bambine per la maggior parte africane. Per questo in Kenya, alla vigilia di Natale, è successo che più di 300 studentesse di un collegio di Kisii hanno deciso di rimanere a scuola sapendo che a casa le attendeva il dolorosissimo intervento mutilatorio. Lasciate senza cibo, sono state assistite dalla sede cittadina dell'organizzazione non governativa «Progresso delle donne» che, per sfamarle, ha esaurito i fondi e quindi ha deciso di rivolgersi ai mass media.
Proprio negli stessi giorni l'Unicef pubblicava il Rapporto 2009 sulla condizione dell'infanzia, quest'anno dedicato alla salute materna e neo-natale, nel quale si esorta vivamente la comunità internazionale a compiere uno sforzo ulteriore per combattere gli abusi contro le bambine, in particolare le mutilazioni genitali, i matrimoni infantili e le conseguenti gravidanze precoci, e per garantire a tutte l'accesso all'istruzione scolastica, definita «uno dei mezzi più potenti per evitare la trappola della povertà e creare un ambiente di sostegno per la salute materna e neo-natale».
Il rapporto, che è stato presentato il 15 gennaio a Roma dal presidente dell'Unicef Italia Vittorio Spadafora e dal Ministro per le pari opportunità Maria Rosaria Carfagna, e che dal 16 gennaio è disponibile, in lingua italiana e in versione integrale, sul sito del governo italiano (www.governo.it), indica tra l'altro che ogni anno muoiono di gravidanza e parto oltre mezzo milione di donne, spesso bambine o appena adolescenti: in totale 10 milioni a partire dal 1990. Il 99% dei casi si verifica nei paesi in via di sviluppo dove il rischio di morte per le madri è mille volte superiore che in quelli industrializzati; e proprio in Asia e Africa si concentra il 95% dei decessi. Spetta al Niger il non invidiabile primato del maggiore tasso di mortalità materna, seguito dall'Afghanistan. La classifica vede ai primi dieci posti nove stati africani. Secondo l'Unicef, inoltre, esiste una correlazione evidente tra mancanza di istruzione e di assistenza sanitaria delle madri e probabilità di sopravvivenza dei figli. In particolare, ogni anno circa quattro milioni di neonati muoiono entro i primi 28 giorni di vita: il 90% sono asiatici e africani.
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