T4: questo era il nome in codice del piano di riqualificazione della società tedesca attraverso l'eliminazione fisica degli individui di «tipo B», come le scienze sociali di allora qualificavano i portatori di handicap, o, più brutalmente, «le bocche inutili». Dal 1939 al 1945 si calcola che siano stati circa 80.000 gli esseri umani eliminati in rispondenza alle direttive T4. Quest'anno, per la prima volta, ha avuto rilevanza significativa la commemorazione dell'«Olocausto dei disabili», nella giornata in memoria della Shoah, il 27 gennaio.
Seppur il piano T4 porti chiaramente l'egida del nazionalsocialismo, l'idea di società purgata da tutti gli individui considerati «inutili» o comunque improduttivi è figlia legittima del positivismo, e già nella Prussia del primo conflitto mondiale era prassi comune far terminare le vite di quanti erano considerati «irrecuperabili» (circa 45.000 malati cronici sottoposti ad eutanasia forzata). Comincia a farsi strada il concetto di «eutanasia sociale», teorizzato nel 1920 nel libro L'autorizzazione all'eliminazione delle vite non più degne di essere vissute. Gli autori erano Alfred Hoche (1865-1943), uno psichiatra, e Karl Binding (1841-1920), un giurista, i quali sostenevano che il malato incurabile non solo provocava sofferenze inutili ai propri parenti, ma il suo mantenimento in vita produceva un danno economico significativo, deviando preziose risorse che potevano essere investite per migliorare la vita degli individui sani. Da qui a ritenere praticabile l'eliminazione aprioristica dei disabili, in maniera peggio che spartana, il passo è brevissimo.
Facciamo un salto geografico nella civilissima e modernissima Svezia, precisamente nel periodo che va dal 1935 al 1975: si calcola che in questi decenni siano state sottoposte a sterilizzazione forzata più di 60.000 persone considerate «improduttive», nel 90% dei casi donne. Non stiamo parlando di un pianeta sconosciuto abitato da algidi alieni smaniosi di sperimentare su cavie umane, ma di un paese che per anni ha visto osannato e pontificato il proprio modello di «welfare State». Alle origini di questa barbarie contemporanea ci sono le idee dei coniugi Gunnar e Alva Myrdal: non due pericolosi criminali nazisti - badare bene - bensì due premi Nobel, socialdemocratici convinti (Gunnar fu addirittura capogruppo socialdemocratico al parlamento). Anche qui, cala pesante e greve l'ombra del positivismo: lo Stato viene investito di una funzione demiurgica e tutto, anche gli aspetti più intimi e personali della propria sfera soggettiva, deve essere regolato e calibrato dalle regole individuate dagli scienziati sociali e dal loro razionalismo puro. Alva Myrdal partecipò addirittura alla progettazione di un modello abitativo di tipo collettivista, che puntava a regolare le aree più private della vita familiare, con la messa in comune di cucine, servizi e spazi per il tempo libero, nonché con la presenza di figure appositamente addette all'alimentazione e all'educazione dei bambini. In uno «slancio taylorista-totalitario» il progetto arrivava a prescrivere quanto tempo ciascuno avrebbe dovuto impiegare nelle varie attività collegate alla vita domestica (fonte: Corriere della Sera). Per chi volesse saperne di più, consigliamo la lettura del libro L'utopia eugenetica del welfare State svedese. Il Programma Socialdemocratico di Sterilizzazione, Aborto e Castrazione, (Rubbettino), scritto da Luca Dotti.
E oggi? Casi come quelli di Terri Schiavo o Eluana Englaro dovrebbero indurre riflessioni su più livelli: non basta fermarsi alla dialettica «favorevole-contrario», «sì-no», «Ratzinger-Odifreddi». Potrebbe essere utile considerare teleologicamente come e dove ci porterebbero decisioni in apparenza razionali, in apparenza umane, in apparenza giuste. In una realtà globalizzata ove sempre più strada sta prendendo il concetto di «evoluzione innaturale», ovvero la tendenza (teorica per ora) al drogaggio genetico per migliorare artificialmente gli individui, considerazioni dall'apparenza umana (e in realtà spesso meschine) potrebbero davvero spingere la nostra società ad un nuovo punto di non ritorno. O qualcuno ancora pensa davvero che tutti i tedeschi vissuti durante il Terzo Reich fossero intrinsecamente malvagi, posseduti da demoni e geneticamente criminali? Questo ci aiuterebbe a sentirci tanto diversi? Perché mai? Perché quando stacchiamo un sondino, pratichiamo un aborto o spegniamo un polmone d'acciaio non lo facciamo per il bene della inesistente «razza ariana»? Ricordiamo che tantissime furono le famiglie tedesche che consegnarono spontaneamente i propri neonati malformati o disabili perché venissero eliminati: tale era il condizionamento, tali i frutti della propaganda. Davvero ci riteniamo così razionali, distaccati e per nulla vittime di condizionamenti e propaganda quando sosteniamo, ad esempio, che in certi casi l'aborto è un «favore» fatto al nascituro, che non potrebbe crescere nell'adeguato benessere poiché frutto di un «errore»? Sono quasi certo che a tali «favori» il futuro neonato preferirebbe una grossolana scortesia.
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