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Numero 462
del 11/02/2012
La crociata progressista contro il perdono papale ai lefebvriani PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
venerdì 30 gennaio 2009

Carl Schmitt sosteneva che le categorie politiche fossero, in realtà, categorie teologiche secolarizzate. In parte è vero, in parte è errato. Dipende dalle circostanze storiche e dagli accenti umani. Mi spiego. Metti il caso che un vescovo lefebvriano di Santa Romana Chiesa parli a sproposito, diciamo pure molto a sproposito, sulla Shoah e sulle camere a gas che ammazzarono milioni di ebrei nei lager: la Chiesa che cosa dovrebbe fare? Ridurre al silenzio il prelato? Bene. E poi? Sospenderlo a divinis? Bene. E poi? Una catena che non si spezzerà mai, questa, e che va a toccare i nervi di gente specializzata nell'odio teologico, alla faccia della beata laicità, paradiso di serenità di giudizio - ma «mi faccia il piacere!», come diceva Totò.

Dunque, in questo caso, come in altri casi, la politica non secolarizza le categorie teologiche, ma si pone su un altro livello, essendo la questione stessa su un altro livello. E', semmai, l'azione di alcune parti politiche, dei giornali-partito (stavolta due: La Repubblica e Il Corriere della Sera, insieme appassionatamente) a teologizzare brutalmente quel che non spetta ad essi teologizzare. E la risposta arriva, forte e chiara, dal lapidario commento dell'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, il quale, con l'ironia dei personaggi di un altro grande ebreo, geniale scrittore, Mordechai Richler, sottolinea un'evidenza: «Le questioni teologiche non sono affare nostro. Anzi, le relazioni con il Vaticano stanno migliorando». Il che la dice lunga sulla distorsione cognitiva degli ideologi dei giornali-partito ed anche del rabbinato.

Monsignor Williamson può aver detto infamie di qualsivoglia natura, ma un processo storico ed ecclesiale come quello in corso tra la Santa Sede e i discepoli di Lefebvre non si azzera per questo. E' soltanto il progressismo a voler ciò. Il progressismo più pericoloso, come segnalava già a suo tempo Péguy, è quello clericale. Proveniente, quest'ultimo, da una lettura ideologica del Vaticano II e del suo «spirito», interpretato a seconda degli usi e dei costumi della tribù clericale d'assalto in quel preciso momento storico. Il cardinale Siri, in un formidabile decalogo pubblicato sul sito www.lucidellest.it, declina le caratteristiche del «vero progressista» e, al numero 1, mette un'inclinazione largamente presente nella diatriba pro o contro la riammissione dei lefebvriani nella Chiesa: «Essere indipendenti dalla logica teologica».

E' tutto politica, tutto ideologia, tutto neogiacobinismo: vince chi ha più potere mediatico e picchia più duro, servendosi del politically correct. Dopodiché, il processo di gigantesca importanza, sopra richiamato, non ha alcuna valenza, anzi crea l'occasione per ulteriore polemica ideologica estesa a macchia d'olio. Sono convinto che Santoro ne farà oggetto di demagogica battaglia nel prossimo numero di Annozero. Perché, in questo paese, il giacobinismo appartiene alla comunicazione eterodiretta ed alla Chiesa aggregata alla narrazione storica dei progressisti al comando: questa è la verità. Auctoritas facit legem e non veritas facit legem: vince chi ha più soldi, chi grida di più e chi mostra, come i banditi di Hamas, il chilometraggio dei cadaveri assassinati dai barbari di un tempo. Tappando, così, la bocca a tutti. Tranne a chi ama più la verità di se stesso.




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