| Autore: |
Giancarlo Lehner |
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| Editore: |
Mondadori |
| Prezzo: |
20 € |
| Pagine: |
366 |
Giancarlo Lehner, con questo saggio, ha dato il colpo definitivo alla mistificazione della figura di Gramsci. Per chi si è dedicato per oltre sessant'anni allo spaccio, su di essa, di notizie false e tendenziose, come i dirigenti e gran parte degli storici comunisti, non c'è più spazio. Né per indulgenze né per discussioni senza costrutto. I morti seppelliscano i loro morti. Infatti, quale partita si può giocare con chi fin dalla metà degli anni Venti del XX secolo ha truccato le carte? I turibolari dell'anticomunismo punteranno le armi contro Lehner perché non si renderebbe conto che stracciare il velo pietoso delle falsificazioni del Pci non è opportuno né serio. Dopo la fondazione del Pd, il passato sarebbe stato superato. Duqnue, non c'è bisogno di fare quanto fa il governo australiano verso gli indiani: chiudere umilmente scusa.
Dai tagli e dalle manipolazione delle lettere dal carcere si è passati alla costruzione dell'industria del santino e alla confezione dell'eroe positivo, del martire del fascismo. Salvo la possibilità che potesse uscire dal carcere, rientrare in Sardegna e dire la verità sullo stalinismo e sui compagni italiani che lo esaltavano, non gli è stato risparmiato nessuna incensazione e altare. E' stata, però, soprattutto una grande opera di ipocrisia. Mussolini lo fece condannare al carcere per il reato di sovversione contro le istituzioni (della dittatura), ma cercò di alleggerirgli le condizioni di detenzione. Gli altri suoi carcerieri, ben più spietati, furono Togliatti e i suoi compagni. Essi lo condannarono a morte perché da vivo non potesse denunciare quale spietato regime di violenza, di spionaggio, di persecuzione (degli individui e delle masse) avessero creato Lenin e Stalin. Lasciarono che il Comintern e il Pcus lo accusassero di trotskysmo solo perché nel 1926 aveva difeso il diritto ad esistere dell'opposizione di sinistra in Urss e aveva buoni rapporti con A. Bordiga. Analogamente, a metà degli anni Trenta, fecero circolare in carcere l'accusa che fosse approdato sulle rive della socialdemocrazia. Rischiò la lapidazione, insieme all'isolamento, nel collettivo carcerario dei comunisti detenuti. E la sua stessa iscrizione al partito venne circondata da sospetti e riserve.
Un'operazione che richiedeva cortine abbassate e grande discrezione, come lo scambio tra Gramsci e una spia fascista detenuta in Urss, fu resa impossibile dalla campagna internazionale di denuncia che venne scatenata da Togliatti. Al clamore seguì probabilmente ciò che Togliatti desiderava, cioè che non avesse libertà di movimento un suo possibile concorrente alla leadership del partito. L'eccesso di clamore indusse Stalin e Mussolini a sospendere ogni negoziato, evitando che Gramsci superasse la soglia della prigione. Non si è avuto scrupolo di raccontare ai figli di Gramsci, sconvolti dalla fame, dalle incursioni nella loro vita familiare di delatori e spie del regime, che un trasferimento in Italia non avrebbe assicurato loro sicurezza. Non volendo averli tra i piedi più di tanto, inventarono il pretesto di possibili attentati. Gli si disse che sarebbero stati bersaglio di chissà quale sopruso da parte della polizia e del governo.
Il fascismo-che-torna, una-democrazia-alla-prova:questa è l'infame rappresentazione dell'Italia che per anni hanno fatto circolare dai microfoni di Radio Praga gli esuli comunisti. Nell'espiare i delitti compiuti dopo il 25 aprile 1945 si ritennero dispensati da ogni obbligo sia nei confronti della verità (in Italia c'era un regime liberal-democratico) sia del patriottismo. Nell'ammenda compresero l'esenzione dal pagare ai familiari, in misura adeguata, i diritti d'autore che Einaudi e il Pci ricavarono dalle traduzioni in tutto il mondo delle opere di Gramsci.
Sulla vita del fondatore de L'Unità è stata costruita la più grande menzogna. Non da parte del fascismo, ma da parte dei compagni più stretti dello stesso Gramsci, cioè del suo stesso partito. Lehner ha messo insieme, con sarcasmo e indignazione, ma sempre appoggiandosi a documenti, testimonianze, deduzioni, ecc..., quasi fossero i pezzi di un mosaico, gli aspetti di un'impressionante contro-informazione. Per la prima volta a chiedere conto dell'uso abusivo fatto dal Pci del suo fondatore sono gli stessi figli. L'atto di accusa contro Togliatti viene in primo luogo dalla famiglia Gramsci. Sono essi, nel 1947, a rivolgere la domanda inopportuna a Massimo Caprara, allora segretario di Togliatti:«Perché mio padre vi ha traditi? A Mosca, lo dice il partito». La favola messa in giro da Togliatti era diventata moneta corrente. I figli Delio e Giuliano, come la moglie Giulia e la sorella Tatiana, pagarono con un inasprimento della vigilanza del Kgb e delle condizioni di vita questa accusa di dissenso da Stalin.
La grande tenerezza che continua, malgrado la lunga distanza, nei rapporti tra Gramsci e Giulia, i figli, Tatiana, e i nipoti (Lehner pubblica, in appendice, i diari inediti, molto belli, di Olga e Margarita Gramsci), è la vittoria della forza dell'amore, della pulizia. Intorno a loro, sospinte dal vento, si muovono le schiene di giunco di Togliatti, Sraffa, Grieco, Sereni, ecc..., le spie di Roma e di Mosca, la micidiale, grifagna superstizione autoritaria di Stalin e Bucharin. «Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettarli». Già nel maggio 1930 Gransci si rende conto che a condannarlo, a volerlo inchiodato in quattro mura, non è solo il Tribunale Speciale, ma forse e soprattutto i suoi compagni. Per fare piena luce su questo groviglio settantun'anni fa i familiari di Gramsci inviarono un esposto a Stalin. Giancarlo Lehner con questo volume fa fare un passo aventi nell'accertamento della verità.
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