freccia_long
Numero 475
del 15/05/2012
Sette Anime PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
martedì 03 febbraio 2009

Gabriele Muccino dimostra ancora una volta di saperci fare dietro alla macchina da presa. Partito come regista di storie tipicamente «italiane» come «L'ultimo bacio» e «Ricordati di me», già ai tempi raccontate con un piglio che di «italiano», nel senso deteriore del termine, aveva ben poco, Muccino mira ora a catturare gli umori del pubblico internazionale, americano in particolare.

Se per amor d'arte o, legittimamente e comprensibilmente, anche per amor di fama non ci è dato di saperlo, ma Muccino è a tutt'oggi (insieme a Martinelli per altri versi) l'unico regista italiano che mira a «sprovincializzare» il cinema nostrano: sembra che sia uno dei pochi ad essersi accorto che l'età dell'oro di Cinecittà è finita da un pezzo e che, di conseguenza, il cinema italiano ha da lungi cominciato a sopravvivere tristemente a se stesso («merito» anche dei cospicui finanziamenti di stato che hanno dato vita agli orrori cinematografici più volte denunciati da Libero...), floppando sistematicamente al botteghino e sussistendo solo grazie ad una critica compiacente che vede in Hollywood il regno del male.

E' necessario pertanto trovare nuovi spazi, nuovi approcci, una nuova poetica cinematografica: è necessaria, soprattutto, un'attitudine professionale troppo spesso latente o inesistente nel cinema italiano che troppo spesso ha mascherato la mancanza di talento di registi e attori dietro al paravento dell'autoreferenzialità, della sicumera sfoggiata nei confronti del cinema d'oltreoceano «tutto luci ed effetti speciali», spesso e volentieri del filtro ideologico che, a fronte di sale semideserte, ha garantito pelosi successi di critica.

Muccino è, in primo luogo, un regista che ha studiato: conosce approfonditamente le tecniche narrative proprie della sua arte e ha appreso in maniera convincente ed efficace le lezioni di tanti professionisti della cinepresa. Nel suo cinema, forse ancora acerbo per taluni aspetti, rinveniamo tanti elementi propri dell'opera, ad esempio, di Mike Figgis piuttosto che di Takeshi Kitano, soprattutto per quanto riguarda la dimensione elegiaca e quel senso di «staticità dinamica» tipica del maestro giapponese.

Il regista italiano fa proprio un concetto elementare che tanti musicisti hanno da lungi compreso: dopo Bach è praticamente impossibile inventare qualcosa di totalmente nuovo (se escludiamo l'estremismo sperimentale di David Lynch, ad esempio), ma è comunque possibile riarrangiare e mescolare elementi già noti per creare, alchemicamente, qualcosa che sia almeno blandamente originale o comunque ben sviluppato e raccontato.

Non stupisce che Muccino sia detestato, neanche troppo cordialmente, dalla critica nostrana, poiché il suo approccio cinematografico, al di là dell'intrinseca validità o meno che possa avere (e questo lo giudicherà giustamente il pubblico), fa rilevare in maniera contrastiva le tante magagne, la sostanziale inanità e il compiaciuto squallore di tante, troppe, produzioni italiane.

Gli elementi sopramenzionati sono tutti ampiamente presenti nel suo ultimo «Seven Pounds» (questo il titolo originale dell'opera che richiama il «Mercante di Venezia shakespiriano»): il film si apre con una drammatica telefonata con la quale viene denunciato un suicidio. A seguire, numerosi flashbacks si intersecano nella cronologia narrativa lasciando lo spettatore straniato e «sulla corda»: è difficile nelle fasi iniziali raccapezzarsi e dipanare la matassa di fabula e intreccio.

La storia si sviluppa pezzo dopo pezzo, come un mosaico o un puzzle, i cui elementi si incastrano, anche se non sempre in maniera perfetta, uno nell'altro, fino alla drammatica agnizione finale. Non possiamo qui rivelare troppo della trama, per evitare di rovinare le amare sorprese che essa cela, ma possiamo dire che il film non è un «giallo», non è solo un dramma, non è un mero esercizio di regia maculato di sprazzi onirici bensì un mix di tutti questi elementi piuttosto ben bilanciati, attraverso i quali il regista affronta i non facili temi del suicidio, del riscatto morale, della disperazione e della speranza. Il tutto senza mai scadere nel facile feilleutonismo.

Will Smith è assoluto protagonista insieme alla bellissima e bravissima Rosario Dawson. La prestazione del gettonatissimo attore afroamericano è davvero lodevole, e Smith, comunque non nuovo a ruolo drammatici, dimostra di essere decisamente a proprio agio nell'interpretare un personaggio tutt'altro che facile sulle cui spalle grava l'intera backbone narrativa.

L'atmosfera creata da Muccino è densa di attesa e di aspettativa e in più di un'occasione ci si ritrova a speculare sui possibili bivi narrativi, senza che questo generi ansia o, peggio, noia. Al di là dei contenuti che potranno essere condivisibili o meno, «Sette Anime» rappresenta in maniera convincente quello che potrebbe essere un nuovo filone cinematografico italiano, improntato alla sperimentazione di nuove strade e a quell'umiltà di fondo, davvero nuova nel settore, che ha consentito al regista di avvalersi senza complessi di inferiorità della notevole professionalità propria del movie-system americano. Certo, fa un po' tristezza rilevare la totale assenza di italiani non solo nel cast, ma addirittura tra i tecnici...ma forse, anche questa, è una meritata lezione impartita ad un cinema, quello nostrano, che ormai non diverte più nessuno...

 




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Commenti (1)
1. 09-02-2009 10:09
La polvere sotto il tappeto...
Finalmente! Liberate il nostro cinema dalla "intelleghenzia sinistra". Non se ne può più!
Scritto da paride

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