Tutte le volte che occhieggia dai giornali la foto di Roberto Saviano, col suo ditino alzato, lo sguardo spiritato da ordalia, accade di pensare alla dostojevskjiana Leggenda del Grande Inquisitore. E' uno dei capitoli centrali dei Fratelli Karamazov, è il poema narrato da Ivan al fratello Alioscia. Nella Spagna del '500 - racconta Ivan - nel fuoco dell'Inquisizione, il Grande Inquisitore è l'uomo più temuto: reso perfetto ed eccelso dal fuoco disumano della sua purezza ed integrità, è universalmente inflessibile. Ritorna nella Spagna di quell'epoca, finalmente, Cristo sula terra. E' accolto da turbe d'uomini che anelano alla sua parola. E il Grande Inquisitore lo fa arrestare e, dopo un lungo e terribile colloquio notturno, condannare come eretico. Agli occhi del Grande Inquisitore neppure Gesù Cristo, il Figlio dell'Uomo, è senza macchia.
E così Saviano. Recentemente è stato in Spagna, e ha sentenziato: «Attenzione, nemmeno la Spagna è immune da infiltrazioni mafiose». Figuratevi Zapatero. Cosa dirà Saviano fra qualche tempo, che neanche la nostra galassia ne è immune? Anche Sarkozy lo voleva invitare, ma dopo l'esperienza spagnola s'è preso una pausa di riflessione.
Mesi fa, Saviano è stato molto presente sulle prime pagine dei giornali in seguito alla sua dichiarazione di voler definitivamente abbandonare l'Italia. Una sua lettera agli italiani sul problema è stata pubblicata. Troppo rischioso, per lui, vivere nel nostro paese. In più, non si trova mai parcheggio. Saviano dice che in Italia rischia la vita ad ogni battito di ciglia. E' costretto a girare sempre con una scorta i cui membri lo chiamano, un po' rigidamente, «capitano». Ma, in realtà, è una pasta di capitano, Saviano. Questo perché ha scritto un libro-verità, un libro-denuncia: Gomorra. Un libro che fa tremare. Ma cosa dovrebbero dire giudici, poliziotti, carabinieri, giornalisti che quotidianamente e silenziosamente ricercano, indagano e documentano, in tutta Italia, eventi mafiosi?
La polemica sul desiderio savianesco di abbandonare l'Italia è rimbalzata anche all'estero. Dove c'era già stata, quest'estate, un'altra polemica relativa a Saviano, per il fatto che - pare - alcuni scrittori stranieri di vaglia non l'abbiano voluto incontrare, e dialogare con lui. Autori del fatto, in particolare, i poveri Salman Rushdie ed Oran Pamuk. La polemica è finita quando i due grandi scrittori hanno inviato lettere ai giornali italiani per scusarsi e fare ammenda del crimine di lesa savianità. Per farsi perdonare, si sono anche offerti di andare in gita organizzata con Saviano. In quei giorni Saviano era a Stoccolma, perché pare che l'Accademia di Svezia l'abbia voluto incontrare come possibile candidato al Nobel. Sì, sempre per lo stesso libro, Gomorra.
Nel frattempo, in Italia, pare che i ragazzi che erano apparsi nel film Gomorra siano stati bocciati a scuola perchè, per girare, saltavano le lezioni. Saviano s'è indignato e ha scritto all'Espresso: in Italia non si può fare cultura, questi ragazzi dovevano fare il film, un film importante. Però dovevano fare un po' di cultura anche a scuola, no? Bella responsabilità, fargli perdere un anno scolastico per un film. Un giorno potranno dire - in dialetto - d'aver girato Gomorra, ma di non aver preso la maturità. Film che poi - nonostante i dialoghi in dialetto stretto - s'era anche candidato all'Oscar, a Hollywood. Gli americani non l'han voluto. Saviano s'è ri-indignato per il gran rifiuto hollywoodiano. A una tale pellicola non si può rifiutare la statuetta.
Potrebbe accadere a noi, a tutti, d'incontrare Roberto Saviano, un giorno. Sappiamo già che cosa ci dirà, puntandoci contro il dito inanellato: «Attenzione, tu non sei immune da infiltrazioni mafiose». Lo sapevamo.
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