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Numero 475
del 15/05/2012
Stefano Francis Spelar. Colors+Words = New Icons PDF Stampa E-mail
! di Geraldina Polverelli
polverelli@ragionpolitica.it
  
martedì 10 febbraio 2009

«Fresca, libera, folle». Così Stefano Francis Spelar, classe 1980, italoamericano naturalizzato francese ma che guarda alla vita con gli occhi di Roma, definisce la propria pittura. Una pittura fortemente gestuale ma che cavalca la materia, con tele che invischiano nelle gioie del colore oggetti qualsiasi, sottraendoli al quotidiano. Ciottoli, matite, sacchi, pennelli, macchinine e perfino pettini e rolli da parrucchiere, imbrigliati in lacci di pigmento: nulla sfugge a questo pastiche dell'ironia. Elementi che, cristallizzati in una nuova dimensione, s'intrecciano tra loro e si mescolano talora a scritte e a graffiti, dando vita a significati inediti e rivisitando il vissuto, individuale e collettivo.

Stefano è artista: scrive poesie, suona, dipinge, recita e lavora nel cinema. Nato e cresciuto a Roma e maturato in Francia con un Bachelor in Liberal Arts all'American University of Paris, conosce a fondo la técne e la sua storia. Si rivela sottilmente ed appositamente citazionista per affinità, ammirazione e sintonia celebrale con i maestri, non per sterile emulazione. E' surrealisticamente vagabondo come Dalì. Ama l'objet trouvé come Duchamp. Dipinge «forte» su una tela comodamente adagiata a terra come Pollock, per - confessa Spelar - «uccidere la gravità e gustare il lavoro nel suo divenire, come davanti ad una tavola imbandita». Tele sparse di rosso, argento e nero, con talvolta un guizzo «docile e dolce» di giallo di Napoli, cariche di un'espressività eclettica e di contrasti cromatici e segnici. Spelar lavora sul pigmento, sulla sua medesima natura, sull'affascinante sinergia con cui interagiscono gli elementi tra loro: preparazioni e colle, solventi e vernici. La perizia tecnica si affianca al virtuosismo. E' così che tutta l'energia di esperienze diverse, dal teatro alla musica alla poesia, così come le sofferenze e le sensazioni più epidermiche, scivolano sulla superficie pittorica trovando una specifica canalizzazione materica al di là di ogni coordinata temporale.

L'idioma di Stefano Spelar è giovane/inebriante/vivace, scandito da un ritmo rapido. Le tele custodiscono un tumultuoso magma di emozioni, anche di segno opposto tra loro, che riemergono però sulla tela sempre con un positivo sospiro. Con un sorriso quasi ammiccante di fronte all'incontrollabile casualità della vita come all'enigmatico combining degli elementi pittorici. That's a joke! «Mi piace quel momento ultimo di distanza che c'è tra i miei olii e la tela, quando ho già in mente come la mia opera dovrebbe essere, ma so che, nell'essenza stessa del gesto, potrebbe rinascere tutto e il suo contrario». E' un linguaggio autonomo che si appropria delle cose - fisicamente e non - attraverso  una scintilla di colore, attraverso una parola o una scritta, per fotografare l'attimo. L'oggetto, ridipinto e reinterpretato, diventa così icona della memoria, timbro sinestetico del ricordo.

Roma accoglie la prima personale di Spelar presso la Galleria dell'Orologio, un ambiente caldo, dalle pareti ambrate. Uno spazio inaugurato pochi mesi fa, animato da giovani forze guidate da Teresa Emanuele, brillante avvocato e promettente fotografa. In uno Stato in cui, volenti o nolenti, la gerontocrazia ancora divide et impera, vedere tante energie fresche ed effervescenti, tutte under 30, interagire da una parte e dall'altra del palcoscenico - c'è chi l'arte la fa, come suol dirsi, e chi la cura - è un'esperienza senza dubbio galvanizzante. Occasioni analoghe - spesso trascurate dalla stampa, in quanto non siglate da grandi nomi - costituiscono eventi su cui soffermarsi, anche solo per curiosità critica. Un invito a riflettere sul valore più intrinseco del linguaggio artistico, che non è solo testimonianza storica e in sé conclusa del passato, ma si rivela piuttosto strumento espressivo ed interpretativo del contingente.

(Stefano Spelar. Colors + Words = New Icons, a cura di L. Armanni e T. Emanuele. Roma, Galleria dell'Orologio, Via degli Orsini 32, dall' 11 febbraio al 30 Marzo 2009).




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