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Numero 475
del 15/05/2012
Narcostato indipendente PDF Stampa E-mail
! di Alexandra Javarone
javarone@ragionpolitica.it
  
giovedì 19 febbraio 2009

Un anno fa, il 17 febbraio 2008, Pristina dichiarava unilateralmente la propria indipendenza da Belgrado, scatenando una grave crisi di governo in Serbia, afflitta per la sorte dei propri connazionali in Kosovo, e le gravi perplessità di buona parte degli Stati internazionali.

Per il primo anniversario dalla autoproclamata indipendenza kosovara anche il neoeletto presidente degli Stati Uniti d'America, Obama, ha indirizzato a Pristina le sue più sentite felicitazioni, ribadendo il fermo proposito di Washington di «continuare a sostenere Pristina nel suo processo verso l'attuazione di uno stato democratico e membro a pieno titolo della Comunità Internazionale». Il programma dell'evento ha dato avvio a festeggiamenti di rara intensità, conclusasi poi con una seduta solenne del parlamento della nazione contesa.  

Elogi ed onori allo stato protettorato internazionale che poco ancora si avvicina al sogno di democrazia ed indipendenza che tanto ha unito gli animi della piccola maggioranza albanese e diviso coscienze d'Occidente. Oramai riconosciuto da un discreta fila di stati internazionali, ad un anno esatto dalla proclamazione di indipendenza, il Kosovo appare ancora coperto da una fitta nube di problemi. Alla stesura della nuova costituzione kosovara ed all'edizione dell'inno nazionale, dedicato allo sponsor europeo, si contrappongono infinite frustrazioni popolari, povertà ed un forte deficit democratico. L'oneroso spiegamento di forze, cui più difficile compito resta quello di fornire protezione alle minoranze, resta, ironia della sorte, l'unico vanto della gestione internazionale. Kfor, Unmik Ico ed infine l'ultima missione europea rinominata Eulex, spartiscono poteri e  misero bottino di pacificazione a tempo determinato. Il dialogo con Belgrado resta serrato, lasciando intendere quanto poco attuale sia la normalizzazione dei rapporti fra i due stati, unico e reale fondamento di indipendenza.

Gli introiti di Pristina, la cui base più solida appare fare esclusivo perno sull'economia sommersa e gli investimenti provenienti dall'estero, non sono tuttora sufficienti a garantire condizioni di vita soddisfacenti alla gran parte della popolazione, tuttora frustrata da una disoccupazione dilagante (circa il 50%). Gli istituti finanziari di Pristina denunciano un netto calo del flusso del capitale proveniente dagli sponsor europei (circa 80 milioni in meno rispetto lo stesso dato del 2008). Traffico d'armi, esseri umani e droghe, l'immenso impero gestito dalle cosche mafiose paiono infine aver inibito anche gli investitori stranieri, intimoriti pure dagli stretti legami di criminalità organizzata e politica locale (più volte denunciati dai rapporti di intelligence europei).

Ed ancor più preoccupanti risultano essere le frequenti dimostrazioni di intolleranza interetnica avverso le minoranze, cui unica speranza di sopravvivenza o convivenza appare ancorata alla protezione accordatale dalla missione internazionale dispiegata sul territorio. Insomma, il settimo stato sorto sulle ceneri della nazione jugoslava parrebbe piuttosto essere uno stato fantasma, a sovranità vigilata e limitata, retto da onorabilissime posizioni di favore, espresse a cadenza regolare da capi di stato o di governo favorevoli alla secessione.




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