La Cina non è un paese pacifista. Bastano le numerose foto di militari intenti a fucilare o arrestare «resistenti» o oppositori al regime per rendersene conto. Ma è di questi giorni la notizia di un ulteriore, «modesto» aumento delle spese militari per l'anno della grande crisi economica, ovvero per questo 2009. L'aumento previsto è del 15% della spesa totale, un ammontare di circa 48 miliardi di euro (o 480,6 miliardi di yuan), ed il portavoce del parlamento cinese, Li Zhaoxing, dichiara che tale incremento di spesa è da imputare a programmi per migliorare le capacità dell'esercito in materia di antiterrorismo e «protezione civile» in caso di disastri naturali.
Ma il processo di riarmo non è una novità: le vere priorità del Celeste Impero sono la sicurezza estera ed interna, minacciate, a detta dei suoi leader, dai gruppi separatisti nello Xinjiang, nel Tibet, ed in particolar modo a Taiwan (che tra l'altro continua ad acquistare armi dagli Usa: per la precisione, solo l'ottobre scorso il Pentagono ha annunciato una vendita per 6,5 milioni di dollari di 32 elicotteri Apache, 330 missili Patriot e 32 missili Harpoon per sottomarini), Stato straniero che tuttavia Pechino ritiene parte integrante del territorio nazionale. Con la consueta retorica del Partito, in gennaio era stato pubblicato un libro di un centinaio di pagine per ribadire che la situazione della sicurezza cinese è migliorata in modo solido, nonostante alcuni problemi nel mantenere la stabilità sociale.
L'inizio di questa escalation risale al lontano 1989, anno dei tragici fatti di piazza Tienanmen: da allora la spesa militare è sempre cresciuta. La sicurezza interna sembra quindi dover essere letta piuttosto come «repressione delle dissidenze». E lo spauracchio delle proteste di massa (tragicamente sfociate nella repressione dei tibetani un anno fa) di separatisti o forze interne ostili è la vera giustificazione di una spesa che nel 2008 era di 41 miliardi di euro (417 miliardi di yuan), nel 2007 era del 18% inferiore e così via. L'intenzione di usare la forza militare solo in modo difensivo è più volte richiamata nei documenti ufficiali del governo cinese, a riprova del fatto che la modernizzazione dell'apparato (l'esercito dovrà essere sempre più moderno e tecnologico, secondo un piano di sviluppo a lungo termine che si concluderà solo nel 2050) non è tanto un processo per «confrontarsi con la superiorità economica, scientifica e tecnologica dei paesi sviluppati», quanto l'ennesimo espediente per calpestare i diritti umani fondamentali in patria.
Certo, le relazioni sino-statunitensi rimangono tese per le questioni riguardanti Taiwan, ma uno scontro più che verbale e diplomatico è impensabile per le reciproche implicazioni economiche delle due superpotenze. La nuova guerra fredda si combatte nel campo della finanza, non della corsa agli armamenti, sebbene Pechino si giustifichi ribadendo che la propria spesa bellica è di ben otto volte inferiore a quella di Washington, nonostante un esercito di 2,3 milioni di soldati, una popolazione ed un territorio ben superiori a quelli dell'antagonista. E' palese per tutti gli esperti (primo tra tutti Ralph Cossa, capo del Centro per Studi internazionali e strategici presso il Pacific Forum a Honolulu) che la spesa dichiarata sia solo la punta di un iceberg, e che in realtà i finanziamenti all'ammodernamento dell'esercito cinese siano almeno di quattro volte superiori ai dati ufficiali. Basti pensare, in proposito, che il Pentagono ritiene che la Cina stia sviluppando missili balistici, armi anti-satellitari e una fitta attività di spionaggio e guerra informatica, per non parlare dei progetti di ricerca spaziale con la prevista costruzione, a detta della Xinhua (agenzia stampa ufficiale del governo cinese), di un centro di lancio spaziale nella regione di Hainan.
Sull'aumento della spesa, insomma, possono aleggiare sospetti ed inquietudini, non solo per i tibetani e gli uighuri, ma anche per noi occidentali. Hu Changming, colonnello portavoce del ministero della Difesa, non perde occasione di lanciare frecciate agli Stati Uniti per l'aumento dell'attenzione strategica, della presenza e del consolidamento delle alleanze militari, nella regione asiatica del Pacifico, mentre i rapporti con Taiwan sembrano distendersi: con Taipei è iniziato un periodo di sviluppo pacifico delle relazioni dall'elezione del presidente Ma Ying-jeou, che ha creato un meccanismo di intesa per garantire la sicurezza della zona ed ha iniziato lo studio di una forte riduzione dell'organico militare (da 275 a 180 mila soldati, per bocca della portavoce del ministro taiwanese della Difesa, Lisa Chin). Il tutto anche se Pechino mantiene le batterie missilistiche consuete puntate sull'isola, nel caso Taiwan dichiarasse formalmente indipendenza.
In poche parole, nonostante i ripetuti convenevoli della propaganda, le preoccupazioni di vari paesi sono state espresse, e sembrano condivisibili, per quel che riguarda un possibile intento espansionistico cinese che vada oltre il già esistente imperialismo economico: al di là della «protezione della propria stabilità ed integrità territoriale» che invece fa preoccupare chi ritenga i diritti umani inviolabili e valori fondanti delle società contemporanee.
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