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Numero 475
del 15/05/2012
Che cosa accadde in Libia sotto il regime di Mussolini? PDF Stampa E-mail
! di Vincenzo Merlo
merlo@ragionpolitica.it
  
venerdė 06 marzo 2009

«Ancora e formalmente accuso il nostro passato di prevaricazione sul vostro popolo e vi chiedo perdono». Così il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha rinnovato, il 2 marzo u. s., davanti al Congresso generale del popolo libico, a Sirte, le scuse per il passato colonialista italiano in Libia. Già.

Ma cosa successe davvero in Africa sotto il regime di Mussolini? Va detto che al pari di qualsiasi altro paese europeo che procedette alla spartizione dell'Africa, anche l'Italia fascista si macchiò di atti criminali contro le popolazioni locali. Su ordine di Mussolini e di gerarchi del regime, vennero adottati i metodi più brutali per stroncare ogni tipo di ribellione. Ma andiamo con ordine. Agli inizi del 1930, dopo un ventennio di guerra (iniziata nel 1911 ad opera del governo Giolitti, dunque undici anni prima della presa del potere da parte di Mussolini), il regime decise di reprimere massicciamente la guerriglia libica per «pacificare» una volta per tutte sotto il controllo italiano sia la  parte occidentale della Libia (la Tripolitania), sia quella orientale (la Cirenaica, la zona più ricca), dove era in atto uno scontro tra fascisti e patrioti.

«La cosiddetta "Riconquista della Libia" - ha scritto il professor Aram Mattioli dell'Università di Lucerna  - ha fin dagli inizi rappresentato un obiettivo principe dell'Italia fascista. Per il regime possedere delle colonie appariva cosa tanto necessaria quanto legittima. Una nazione che era sovrappopolata possedeva un diritto naturale a procacciarsi compensazioni oltremare (...). Obiettivo delle operazioni non fu solo la "pacificazione del paese", cioè la definitiva sottomissione delle tribù locali. Si voleva altresì scacciare le popolazioni dalle zone costiere onde far spazio ad insediamenti di coloni italiani». A comandare le operazioni militari in Libia vennero dunque chiamati il generale Graziani (nominato all'uopo vicegovernatore della Cirenaica), e il generale Badoglio. Fu proprio Graziani ad istituire i «tribunali volanti» con diritto di morte per reati quali il possesso di arma da fuoco o il pagamento di tributi ai ribelli; fu di Badoglio, invece, la proposta di utilizzare le bombe e gli aggressivi chimici per stroncare la resistenza libica. Resistenza alimentata principalmente dalla cosiddetta «Senussia», organizzazione statuale dei seminomadi di religione musulmana.

All'interno del paese libico era soprattutto la Cirenaica, come si diceva, a dare problemi agli occupanti italiani, in quanto territorio attraversato da una ribellione diffusa e difficile da sconfiggere perché appoggiata dalla popolazione. Il governo italiano optò allora per un'azione radicale, da attuarsi per mezzo di trasferimenti coatti di popolazione. A partire dal giugno 1930 si decise la creazione di campi di concentramento in cui «ospitare» le popolazioni del Gebel cirenaico che si erano dimostrate più vicino alla resistenza. Lo scopo era quello di rompere ogni legame tra ribelli e civili ma anche di rompere ogni possibilità di sostentamento delle comunità. Emblematica a riguardo una frase dello stesso Badoglio: «Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Venne quindi data esecuzione al piano: si procedette conseguentemente all'esproprio dei terreni, alla confisca dei beni di ribelli, all'impiego (pressoché certo, ancorché sporadico) dei gas chimici fosgene e iprite (in violazione del trattato internazionale firmato appena nel 1925 a Ginevra, che ne proibiva l'uso), alla pratica del lavoro forzato ed alla deportazione di circa cento, centoventimila persone (praticamente tutta la popolazione del Gebel) dalla Marmarica e dal Gebel el-Ackdar in quindici campi di concentramento della Sirtica (una delle regioni più inospitali dell'Africa del Nord) limitrofi alla costa, definiti «accampamenti». All'interno di questi campi le condizioni risultarono estremamente precarie per la mancanza di cibo e di risorse; ci furono epidemie di tifo petecchiale a cui non si porse rimedio per l'assoluta mancanza di medici e di materiale sanitario. I deportati, fino ad allora occupati prevalentemente nell'allevamento del bestiame e nell'agricoltura, vennero utilizzati come forza lavoro a bassissimo costo (veniva dato loro un salario tre volte inferiore a quello degli italiani) e forzatamente impiegati soprattutto nella realizzazione di opere pubbliche (soprattutto strade) che andava di pari passo con l'occupazione. Con l'imposizione di un nuovo modo di produzione, l'imperialismo fascista raggiunse quindi il triste risultato di snaturare la precedente vocazione lavorativa del popolo del Gebel, destrutturando i rapporti sociali preesistenti. Neutralizzata in questo modo la società civile della Cirenaica, i militari italiani non ebbero difficoltà ad accerchiare e sterminare i ribelli, a partire dal principale leader della Senussia, Omar el-Mukhtar, giustiziato sulla pubblica piazza, secondo macabro rituale colonial-fascista. Dopo aver schiavizzato un intero popolo, distrutto le sue strutture produttive, commerciali e amministrative, la «vittoria» era totale. Si calcola che degli oltre 100.000 civili libici trasferiti nei campi, solo 60.000 sopravvissero. I restanti 40.000 (ma su questo numero non c'è ancora unanimità tra gli storici) erano morti durante le marce di trasferimento, per le pessime condizioni sanitarie nei campi, per la fatica, per il cibo insufficiente e spesso avariato, per le epidemie di tifo petecchiale, dissenteria bacillare, elmintiasi, per le violenze compiute dai guardiani, per le esecuzioni sommarie di chi tentava la fuga e anche per i mitragliamenti dell'aviazione italiana. Riguardo all'utilizzo della forza aerea, ci sembra significativo quanto sostenuto dallo storico torinese Gianni Rocca nell'ottimo «I disperati - La tragedia dell'aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale - » : «Già nella lunga, sanguinosa repressione della guerriglia libica, iniziata nel 1922 e condotta con estremo vigore e crudeltà sino al gennaio del 1931, quando con l'occupazione dell'oasi di Cufra sia la Tripolitania che la Cirenaica furono definitivamente "pacificate", i Comandi italiani non avevano esitato a far lanciare i gas dai nostri aerei». (...) Commentando l'uso dei gas asfissianti il generale Cicconetti scriveva: «A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l'apparizione cei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più". Si riferiva agli attacchi condotti con bombe chimiche nel gennaio-febbraio 1928 su una tribù ribelle che agiva nella regione sirtica. Più tardi il generale Badoglio, sempre nelle sue funzioni di governatore della Libia, autorizzerà un bombardamento aereo all'iprite dell'oasi di Taizerbo, dove si sospettava fossero concentrati gruppi di ribelli fuggiti dalla Tripolitania. L'informazione si dimostrò inesatta e i gas fecero strage di pastori e contadini».

L'utilizzo parziale nel territorio libico delle armi chimiche, dunque, sembra oggi risultare una verità prevalentemente condivisa dagli studi più accurati, ma per decenni rimase uno dei segreti meglio custoditi del periodo fascista, malgrado le denunce della stampa internazionale. Così scrive Giorgio Rochat, uno degli storici che con Angelo Del Boca ha squarciato il velo su questo dramma: «La guerra chimica fu infatti cancellata dalla stampa, dalla produzione documentaria e memorialistica e dalla coscienza popolare con un'efficacia che ha pochi precedenti».

Già. E gli atti di autentica barbarie nel «bel suol d'amor» non si limitarono a questo. Tra i vari episodi di crudeltà si rammenta addirittura l'abbandono nel deserto di trentacinque persone, tra cui donne e bambini, rimasti privi di acqua. Ha scritto l'antropologo Evans-Pritchard: «Questo non è l'unico genocidio della storia della conquiste coloniali, se ciò può consolare qualcuno, ma è certo uno dei più radicali, rapidi e meglio travisati dalla propaganda e dalla censura».   

Il fenomeno dei campi di concentramento non fu però limitato solo alla Libia. Memore della loro macabra efficacia, e con il fine di piegare la resistenza anti-italiana nell'Africa Orientale, Graziani ne istituì uno anche in Somalia, a Danane, vicino Mogadiscio. Secondo fonti etiopiche, dei circa 6.500 etiopici e somali che passarono per Danane tra il 1936 e il 1941, 3171 (cioè circa la metà) vi perse la vita. Un secondo campo fu istituito nell'isola di Nocra, in Eritrea, dove le condizioni di vita erano ancora più disumane per i detenuti, costretti al lavoro forzato nelle cave di pietra, con temperature che talvolta raggiungevano i 50 gradi. «Di fronte al rischio di un'incombente sconfitta in Africa Orientale - scrive Gianni Rocca ne I disperati - assolutamente inaccettabile vista la sfida che Mussolini aveva lanciato al mondo intero, il duce decide la sostituzione di De Bono con Badoglio. E sia a questi che al generale Graziani, che operava sullo scacchiere somalo, Mussolini ordina di ricorrere - se necessario - alle armi chimiche».

Proprio così. Ecco come il duce telegrafava a Graziani nel giugno del 1936: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Per finirla con i ribelli...impieghi i gas. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici». (Va peraltro ricordato che non tutti gli storici concordano sull'effettivo utilizzo di queste armi nel Corno d'Africa. Indro Montanelli, ad esempio, all'epoca giovane ufficiale dell'esercito, in servizio proprio in Africa orientale, si è sempre dimostrato scettico sul fatto che i comandi militari italiani siano mai ricorsi a tale soluzione. Certamente la "querelle" è aperta e si attendono nei prossimi anni contributi che possano chiarire una volta per tutte come andarono le cose).

Secondo Rocca, l'Aviazione italiana, tra la fine del 1935 e l'inizio del 1936, fece cadere sugli abissini, oltre al munizionamento tradizionale, ben 272 tonnellate di iprite. Per lo storico torinese, «Badoglio non esiterà a servirsi dei gas chimici anche nei combattimenti terrestri facendo sparare nella battaglia di Amba Aradam 1367 proiettili caricati a gas. Altrettanto farà l'Aviazione agli ordini di Graziani».

Sugli eccidi del colonialismo italiano in camicia nera, rincara la dose Angelo Del Boca, uno dei massimi esperti in questo ambito: «E' in Etiopia che furono consumati i più orrendi eccidi, a partire dalle stragi compiute ad Addis Abeba dopo l'attentato del febbraio del 1937 al vicerè Graziani. Per tre giorni fu impartita agli etiopici una "lezione indimenticabile". Alla selvaggia repressione presero soprattutto parte camicie nere e fu condotta "fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista". (...) Quando , il 21 febbraio, Graziani diramò, dall'ospedale in cui era stato ricoverato per le ferite subite, l'ordine di cessare la rappresaglia, la capitale era disseminata di cadaveri. Mille morti, secondo Graziani; da 1400 a 6000, secondo le stime dei testimoni stranieri; 30000, a sentire gli etiopici».

Cessata la strage di Addis Abeba, la repressione continuò in tutte le altre zone dell'impero, dando la caccia soprattutto ai cantastorie e agli indovini (sic!), rei di aver annunciato nelle città e nei villaggi la fine imminente del dominio italiano in Etiopia. Secondo una relazione del colonnello Azolino Hazon, la sola arma dei carabinieri passò per le armi, in meno di 4 mesi, 2509 indigeni; alle operazioni repressive partecipò anche l'esercito.

Alla fine del 1937 Graziani verrà sostituito con il Duca Amedeo d'Aosta, non prima, però, di aver lasciato una sorta di «testamento spirituale»: «La rappresaglia - scrive Graziani - deve essere effettuata senza misericordia su tutti i paesi del Lasta...Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi...lo scopo si può raggiungere con l'impiego di tutti i mezzi di distruzione dell'aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti».

Chiosa Del Boca: «Questi crimini furono accuratamente nascosti agli italiani con tutti gli strumenti di cui può disporre una dittatura. (...) Non soltanto resisteva il mito degli "italiani brava gente», ma si impediva con ogni mezzo che si svolgesse nel paese un sereno e costruttivo dibattito sul colonialismo. Gli effetti del mancato dibattito sono visibili, come sono palesi i danni arrecati. (...). A quando i processi postumi ai responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti? A quando la verità nei libri di testo scolastici, che ignorano persino l'argomento? Per quale motivo è ancora proibito proiettare nelle sale "Il Leone del deserto", il film di Akkad che narra l'epopea tragica di Omar el-Mukhtar, impiccato da Graziani nel lager di Soluch?" .




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Commenti (2)
1. 16-03-2009 10:02
Libia
Cose note, ma nascoste ai molti. Pensare che abbiamo un paese intitolato a Badoglio e che Graziani non venne nemmeno processato la dice lunga sulla transizione dal fascismo alla Repubblica. Le riparazioni non si fanno solo con i soldi (importanti) ma anche con la veritā storica, veritā che non viene insegnata nelle nostre scuole.
Scritto da Fabio
2. 28-09-2010 17:22
MA CHE COLPA ABBIAMO NOI?
L'Italia č una grande Nazione e non deve scusarsi per i fatti del passato perchč purtroppo questa č la storia di tutte le nazioni del mondo. 
La Libia ha perso una grande occasione di sviluppo andando via dall'Italia, chissā un giorno...? Se deciderā di far ritorno nell'amata Patria Italiana?
Scritto da Italiano

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