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Numero 475
del 15/05/2012
La Cina tra crisi economica ed emergenza sociale PDF Stampa E-mail
! di Daniele Martino
martino@ragionpolitica.it
  
venerdì 06 marzo 2009

La crisi economica mondiale ha colpito duro anche in Asia: il «continente del XXI secolo», che sembrava destinato ad uno sviluppo continuo a ritmi altissimi, sta accusando un rallentamento preoccupante che rischia di arrestare il boom economico di quest'area geografica. La locomotiva dell'Asia (e del mondo) è la Cina, e proprio la situazione cinese dimostra che un'economia totalmente rivolta alle esportazioni, con un basso tenore di vita, è legata a doppio filo alle dinamiche finanziarie mondiali.

L'analisi dei dati è impietosa: nell'ultimo trimestre del 2008, il prodotto interno lordo di Pechino ha avuto un incremento del 6,8%. Si tratta di un dato inimmaginabile in Europa o in Nordamerica, ma per un paese come la Cina, che punta tutto sul «rapid development» è un segnale di allarme. La banca centrale cinese, infatti, ha affermato che la Cina per continuare il suo progetto di sviluppo necessita di un incremento del Pil pari a 9% per il 2009. Allo stato attuale, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale parlano di un + 4,6 %, pari alla metà di quanto serve per proseguire il «modello cinese».

Tuttavia, le maggiori preoccupazioni per il Partito Comunista Cinese non vengono dalla crisi economica in sé, ma dalle conseguenze potenziali che essa può portare. Infatti, se a livello produttivo un rallentamento della crescita ha come effetto una ristrutturazione del tessuto industriale, con un incremento della produttività e un ammodernamento generale del sistema delle factories cinesi, i costi sociali della crisi sono altissimi. Già 20 milioni di contadini emigrati negli ultimi 3 anni nelle città, sull'onda del boom edilizio per le Olimpiadi, hanno dovuto fare ritorno nelle campagne, dove il lavoro nei campi non manca ma è certamente meno remunerativo rispetto al comparto delle costruzioni.

Il problema più grande oggi per la Cina è però un altro, pericolosissimo per il Partito Comunista: la disoccupazione intellettuale. La chiusura delle aziende, unita ai tagli nel sistema bancario-assicurativo (soprattutto le filiali cinesi delle compagnie occidentali), ha lasciato un milione e mezzo di laureati senza lavoro. È questo che spaventa l'establishment di Pechino: se i manovali dell'edilizia oggi ritornano a fare i contadini, si possono verificare al massimo rivolte locali, lontane dai grandi centri urbani e dalla visibilità dei media internazionali. Ma se un «esercito» di laureati, figli della classe medio-alta delle città, spesso con esperienze di studio all'estero, si trova improvvisamente senza lavoro, è evidente che si pone un serio problema per il monolitico sistema di governo cinese. Ciò non significa che siamo di fronte ad una nuova Tienanmen nel 20˚ anniversario delle manifestazioni studentesche del 1989: a differenza di allora la richiesta non è una maggiore libertà di espressione, ma più pragmaticamente siamo nel pieno di un'emergenza occupazionale. Perciò, chi, soprattutto in Europa, fa il tifo per la crisi economica in Cina come inizio di una stagione democratica resterà certamente deluso. In maniera pratica, al governo cinese non resta che una sola via d'uscita, anche se molto dispendiosa, vale a dire l'assunzione negli organici statali di questi disoccupati. Tuttavia, nell'ottica di evitare disordini da parte di chi ha una laurea ma non il lavoro, per il governo cinese l'aumento della spesa pubblica è certamente il male minore.

 

Daniele Martino




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