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Numero 475
del 15/05/2012
Riprendono i colloqui della Cina con il Dalai Lama PDF Stampa E-mail
! di Giovanni Vagnone
vagnone@ragionpolitica.it
  
sabato 14 marzo 2009

L'intoccabile Cina, tra i tanti punti di forza che ha, dimostra anche sempre un punto debole interno molto marcato. Si tratta della sua unità territoriale, storicamente ottenuta col sangue e parametro di giudizio per secolari dinastie. Solo in chiave storica si può, ancora oggi, comprendere l'accanimento del regime di Pechino nei rapporti con le regioni, ed in particolar modo il suo atteggiamento nei confronti di Taiwan e del Tibet.

E proprio sul caso del Tibet la mobilitazione internazionale sta facendo pressioni sul governo di Wen Jiabao, ottenendo aperture, sebbene plausibilmente «false», che farebbero sperare in un superamento della terribile situazione che vede il paese in cerca di autonomia soppresso da terribili violazioni dei fondamentali diritti umani, tanto che il Dalai Lama stesso l'ha definito durante un discorso a Dharamsala (India) un «inferno in terra» dove sono state uccise dai cinesi «centinaia di migliaia di tibetani»

Pare che la Cina, infatti, sia disponibile a riprendere i colloqui con gli inviati del leader tibetano, il Dalai Lama, se questi «rinuncerà a perseguire l' indipendenza» del Tibet. La storia delle accuse reciproche tra Repubblica Popolare Cinese e autonomisti è di vecchia data: da un lato si sostiene che il mantenimento dell'ordine sia un'esigenza per la sicurezza nazionale contro terroristi indipendentisti (una sorta di caso ceceno versione orientale), dall'altro che l'autonomia sia negata con un uso ingiustificato e massiccio di violenza sommaria, e fortissima limitazione della libertà.

Suonano quindi piuttosto sospette le parole del primo ministro cinese, quando afferma di essere pronto al dialogo (affermazione fatta nella Sala dell'Assemblea del popolo) se questo verrà posto sulle solide basi di una resa sostanziale: il Dalai Lama dovrebbe rinunciare agli intenti autonomistici, dovrebbe riconoscere che la politica cinese in Tibet è generalmente valida e giusta (sulla base di una supposta crescita economica e di libertà religiosa piuttosto discutibile e dell'affermata pace e stabilità nella regione) ed in poche parole dovrebbe rimettersi nelle mani del governo cinese.

Ad un'analisi superficiale, parrebbe tutto un escamotage per porre riparo all'indignazione globale che colpisce la Cina. In questi giorni prima l'Unione Europea, poi una vasta schiera di personaggi pubblici dell'Occidente e non solo, si sono schierati a favore del Tibet in occasione del «mese» simbolo per la provincia: marzo è infatti il mese dell'anniversario della famosa rivolta anti-cinese del 1959 (il giorno 10), della ribellione dello scorso anno costata la vita a più di duecento tibetani (secondo fonti ufficiali cinesi solo di venti) ed è soprattutto il mese della celebrazione della nuova «festa per l' abolizione della schiavitù», provocatoriamente fissata nella data dell'annessione del Tibet alla Cina, ed indetta in occasione del cinquantenario per il 28 del mese.

Le «pressioni» internazionali, contro cui tra l'altro il primo ministro cinese ha speso l'accusa di essere strumentalizzazione dei veri fatti per fini propri dei Paesi stranieri, sono rispettivamente del 12 e del 14 marzo. Nella prima data la Plenaria del Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo con 338 voti favorevoli e 131 contrari (il gruppo Pse) una risoluzione per sollecitare il governo cinese «a considerare il Memorandum sulla effettiva autonomia per il popolo tibetano del novembre 2008 quale base per una ripresa di un dialogo con i rappresentanti del Dalai Lama, che conduca a un cambiamento positivo e significativo in Tibet, conforme ai princìpi enunciati nella Costituzione e nelle leggi della Repubblica popolare cinese». La richiesta dell'Unione Europea riguarda il libero accesso al Tibet per media stranieri ed osservatori di Onu ed Ong internazionali, il destino di quanti siano detenuti solo per aver pacificamente manifestato (che dovrebbero venir rilasciati «immediatamente ed incondizionatamente»), la doverosità di una indicazione dei capi d'accusa per quanti tenuti in carcere a seguito dei fatti succitati ed il ripudio di ogni tipo di atto di violenza per «repressioni sproporzionate da parte delle forze dell'ordine».

Del 14 marzo è invece una lettera aperta firmata da Desmond Tutu (arcivescovo anglicano sudafricano) per denunciare il deterioramento della situazione dei diritti umani in Tibet, in difesa del Dalai Lama continuamente «nominato, accusato ed abusato verbalmente» dal regime. Il destinatario della missiva sarà il presidente cinese Hu Jintao, e tra i numerosi mittenti ci saranno personaggi del calibro di Elie Wiesel, John Hume, David Trimble, Jody Williams, F.W. de Klerk, Mairead Maguire, Betty Williams e Adolfo Perez Esquivel (Nobel per la Pace) e uomini di spettacolo come Harrison Ford, Christy Turlington, Naomi Campbell, Gwyneth Paltrow, Ashley Judd, Gillian Anderson, Peter Gabriel, Richard Gere, Graham Nash, Maria Bell, Melissa Mathieson, Mia Farrow, ecc. Una mobilitazione in grande stile che non potrà molto contro la retorica di un totalitarismo, ma che rivela anche agli occhi a mandorla del governo una qualche necessità di modificare l'atteggiamento tenuto dalla propaganda.

L'apertura - con molte condizioni - al Dalai Lama è un primo, modestissimo passo. L'ottimismo pare ancora ingiustificato, ma se ritenere che la reazione sia solo dovuta alle pressioni internazionali parrebbe un po' ingenuo, allora si può pensare che qualcosa, finalmente, si stia muovendo davvero. E forse anche la spietata e logica Cina potrà un giorno capire che con la repressione e la violenza uno Stato moderno, per quanto grande e ricco, non vale poi così tanto.




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