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Numero 475
del 15/05/2012
Diritto, etica della responsabilità e mercato PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
martedì 17 marzo 2009

Angelo Panebianco è un fine politologo e il suo articolo, recentemente pubblicato sul Corriere della Sera, con il titolo redazionale Il mercato nell'angolo, è un autentico contributo al dibattito sulla crisi e sui metodi per superarla. Il Pd dovrebbe prendere esempio da Panebianco e smetterla, così, di sparare a zero, senza un'oncia di pensiero. Ma il Pd pensiero non ha, e questo, ripeto, è e rimane un grave problema sistemico, perché sono le idee che danno fiato e lunga lena alla politica. E la crisi è un banco di prova per verificare la statura di un partito. Ciò detto, occorre anche aggiungere che Panebianco eccede e forza la realtà, per costruire l'immagine di un liberalismo e liberismo accademico, di scuola.

Come ha replicato il ministro Tremonti, se fallisce il mercato, non è colpa dello Stato e, anzi, quest'ultimo, si è ritirato fin troppo. Dunque, ha avallato, in qualche modo, l'ideologia del turbocapitalismo che concepiva lo Stato come un inutile ingombro nell'arena perfetta dei mercati autoregolati. Abbiamo tutti visto com'è andata. Non è certo il caso di sbandierare ideologie di equivalente rozzezza, cioè un iper-statalismo neocorporativo, che farebbe molti danni al sistema-paese nel suo complesso, ma è indubbiamente necessario riqualificare il peso dello Stato di diritto e - secondo il pensiero di Tremonti, ribadito in una lettera-risposta al quotidiano di via Solferino - reinserire le dinamiche mercato-sociale all'interno del quadrante dello Stato di diritto. Dunque, il diritto, la Law, non è un fattore estraneo alla vita dei mercati ed alla loro regolazione, poiché esso ha sempre avuto un ruolo di riequilibrio e ridefinizione del dinamismo interno degli «spiriti animali» del capitalismo.

Esiste una certa, palpabile, differenza tra la spinta verso la ricchezza e l'avidità: si tratta di una differenza non solo morale, ma parimenti sistemica. Chi arraffa più che può a spese degli altri, ammazza il sistema che produce ricchezza. Il profitto è sempre sociale, perché la ricchezza, o plusvalore secondo Marx, prende mille strade e passa per mille mani. Elementare, Watson! Dunque, ha ragione Tremonti e il suo pensiero è equilibrato, contiene in sé i germi di una nuova etica della responsabilità. Che alimenta, da oggi, la politica e, speriamo presto, gli stakeholders del mercato mondiale. Non esiste mercato al di fuori delle regole e non esiste economia senza princìpi e regole. Ma, visto che Panebianco cita Mises in polemica con Walter Eucken, vale la pena ribadire che, nella sua opera sui fondamenti del liberalismo, il fondatore della Scuola austriaca (n.d.r: Mises, appunto), tratta delle funzioni dello Stato in consonanza con quanto sta oggi affermando Tremonti. Quindi, la partita, anche sul piano della ricostituzione di un paradigma di pensiero all'altezza della situazione, è complessa. Certo, contributi come quelli di Panebianco sono utili ed aiutano a replicare chiarendo le posizioni.

Vorrei, ora, fare un passo in un'altra direzione, che, apparentemente, risulta distante dalle altezze dei fondamenti teorici ed economici, ma, di fatto, ne rappresenta la scansione e declinazione pratica: l'accesso al credito dei privati cittadini. E' un caso di studio e diventerà, presto, ne sono certo, un caso politico. Perché, come tutti sanno, le banche hanno un problema di fiducia tra di loro, non si fidano e, per ciò, non si prestano soldi. Di conseguenza, la liquidità viene gestita secondo criteri extra-mercato, senza tener conto delle esigenze dei non-garantiti, cioè di chi chiede soldi perché non ne ha. Le banche hanno passato la palla alle finanziarie, che, oggi, stanno copiando il comportamento delle banche e, di fatto, non prestano soldi se non a quelli già garantiti, a chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il resto è terra di nessuno e ci si trova soli a dover combattere battaglie per la sopravvivenza. E', questo, un problema di civismo, si direbbe oggi, e politico, oltre che economico. Perché lascia scoperto il fianco del quoziente familiare; non comprende che la società è fatta sì di singoli individui, ma anche di famiglie monoreddito, spesso con tre o quattro figli a carico: un'emergenza socialeh. L'usura, secondo i nuovi dati a nostra disposizione, è cresciuta del 30% e riguarda anche le Pmi, chi non ce la fa a pagare gli scoperti, magari perché la pubblica amministrazione è insolvente. Un circuito che quel modello etico e sociale di economia pubblica, per così dire, caro a Tremonti ed a chi scrive, ma a molti altri, nel Pdl e non solo in esso, deve assolutamente spezzare e riportare al diritto ed all'etica della responsabilità. Chi chiede soldi in prestito è un cittadino che non ha, spesso, la liquidità necessaria per andare avanti, per pagare le spese, le bollette e il mutuo. Lasciarlo solo in un mare di guai equivale a firmare la fine anticipata del blocco sociale a sostegno dell'economia civile e pubblica di Tremonti e del nuovo Pdl.

La nostra forza è il popolo, non le élites. Le élites sono anche quelle politiche e sono queste ultime che non dovranno tradire il popolo (considerando che il ceto medio è praticamente quasi scomparso). Il titolo di un bel libro del sociologo americano Lasch è, appunto, Il tradimento delle élites. Ma questo è stato perpetrato dalle élites finanziarie e bancarie. Basta e avanza questo, evitare assolutamente il tradimento da parte delle élites politiche. La crisi ha molti aspetti e questo è uno di quelli meno indagati, però più devastanti, nel medio e lungo periodo.




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