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Numero 462
del 11/02/2012
Antonio Gramsci e il «cattolicesimo democratico» PDF Stampa E-mail
! di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
  
giovedì 19 marzo 2009

Nel precedente numero di Ragionpolitica Antonio Gaspari ha citato Gramsci: «Il cattolicesimo democratico fa quello che il socialismo non potrebbe fare: amalgama, ordina, vivifica e si suicida... Non vorranno più Pastori per autorità, ma comprenderanno di muoversi per impulso proprio: uomini che spezzano gli idoli, che decapitano Dio». Questa «profezia» di Gramsci, secondo Gaspari, sarebbe da riferirsi ai «cattolici adulti» alla Romano Prodi e Dario Franceschini, due signori che si professano cattolici osservanti ma che poi fanno come gli pare sulle questioni etiche, sostenendo, appunto, di aver raggiunto la maggiore età o, se si preferisce, l'«età della Ragione». Emblematico, in proposito, che l'attuale segretario del Pd sia stato tra i promotori dell'iniziativa dei 60 parlamentari cattolici del centrosinistra contro il «Non possumus» della Cei sui Dico proposti dalla premiata ditta Bindi-Pollastrini.

E' facile, influenzati dal linguaggio odierno, fraintendere il ricorso alla definizione «cattolicesimo democratico», contrapposta a quella di «cattolicesimo liberale». Oggi questa espressione è utilizzata per indicare i democristiani di sinistra che, dopo la fine della Dc, hanno scelto di stare con gli ex comunisti. E' da queste premesse, del resto, che muove Gaspari quando riferisce della scomunica emanata dalla Congregazione del Sant'Uffizio nell'immediato dopoguerra. Tuttavia, quando Antonio Gramsci scrive «cattolicesimo democratico», allude all'impegno diretto dei cattolici nella vita politica italiana. Il 18 gennaio 1919 - è stato più volte ricordato su queste pagine - don Sturzo lanciava l'appello «A tutti gli uomini liberi e forti» per l'adesione al Partito Popolare italiano, costituito a Roma in via dell'Umiltà 36, oggi sede di Forza Italia.

Dunque il più grande pensatore nella storia del Partito Comunista italiano, nel 1919, si trova di fronte ad una novità epocale. Un sacerdote calatino che per anni ha svolto l'incarico di pro sindaco di una cittadina di provincia, Caltagirone, offre la possibilità di un impegno politico diretto alle masse cattoliche, fino a quel momento fortemente (ma esclusivamente) inserite nelle attività economiche e sociali del paese. Cade definitivamente il «Non expedit»: da quel momento i cattolici divengono direttamente protagonisti della vita politica italiana. Con l'eccezione del regime fascista, resteranno tali per i successivi 90 anni.

E' chiaro che Gramsci, nel 1919, comprende immediatamente la portata di questa vera e propria rivoluzione: se il socialismo e il comunismo mettono al centro della vita politica le masse operaie, il popolarismo sturziano ha dato voce al diffuso fiorire di opere sociali sorte a seguito dell'emanazione della Rerum Novarum, che dà ulteriore impulso allo straordinario lavoro svolto nel tempo da casse rurali, società di mutuo soccorso e cooperative riunite nell'Opera dei Congressi. Quindi l'autore dei Quaderni dal Carcere immagina un'evoluzione sociale tipicamente marxista per le masse cattoliche: oggi il cattolicesimo democratico, il popolarismo, consente che queste nuove masse partecipino direttamente e autonomamente alla vita politica del paese, domani esse - per citare Gramsci - «comprenderanno di muoversi per impulso proprio: uomini che spezzano gli idoli, che decapitano Dio».

Inutile dire che la profezia di Gramsci si è rivelata errata: il popolarismo sturziano ha dato impulso in tutta Europa (e anche nel mondo) ad un impegno diretto ed aconfessionale dei cristiani nella vita politica. In Italia l'esperienza dei democratici cristiani, pur tradendo in larga parte il pensiero di don Sturzo, ha rappresentato per anni la partecipazione dei cattolici alla vita politica nazionale. Per vedere apparire sulla scena politica i cosiddetti «cattocomunismi» bisognerà attendere dopo la morte di Gramsci (1937) attraverso l'esperienza dei cattolici comunisti di Rodano e Ossicini e, ancora successivamente, attraverso la figura capostipite di Giuseppe Dossetti e la sua decisiva azione politica durante i lavori dell'Assemblea costituente.




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